I figli delle badanti. Gli orfani bianchi

Alina non dimentica le prime parole che le rivolse il piccolo Stevan al suo ritorno: «Dov’eri tu quando avevo bisogno e piangevo? Tu per me non esisti». La donna, partita per l’Italia in cerca di un lavoro, poco dopo la nascita di Stevan, era tornata in Romania quando il figlio aveva già otto anni.

“Vi amo, vi amerò sempre e mi dispiace separarci in questo modo”: è il messaggio lasciato da un bambino di 12 anni, che si è impiccato, perché la madre era partita per mantenere lui e gli altri figli. Sono i piccolo e grandi drammi privati che si nascondono dietro l’immigrazione femminile, dall’Est Europa: un fenomeno che interessa soprattutto la Romania e la Repubblica moldava, ma anche l’Ucraina e la Lituania. Il suicidio è certamente la punta dell’iceberg, ma è fuor di dubbio che un’assistente familiare in Italia è una madre assente dalla famiglia d’origine.

Sono oltre 350mila in Romania i cosiddetti left behind (gli abbandonati): bambini e ragazzi (il 37 per cento dei quali tra i 10 e i 14 anni), che nella loro vita hanno sperimentato, per periodi variabili, la mancanza di uno o entrambi i genitori, perché emigrati all’estero,per lo più in Italia e in Spagna. Così sta crescendo una generazione affidata a nonni, parenti e vicini di casa. Bambini per i quali la mamma è, se va bene, una voce all’altro capo del telefono.

«I bambini che crescono lontani dai genitori hanno una marcia in meno – spiega Patrizio Paoletti, presidente della Fondazione “L’Albero della vita”, una onlus che si occupa di disagio infantile e che nel 2010 ha realizzato un dossier sul fenomeno degli “orfani bianchi rumeni” -. Manifestano disturbi psicologici, dall’ansia, alla depressione, fino all’aggressività. La loro situazione scolastica si deteriora e, a volte, scelgono la strada. Talvolta il senso di abbandono può generare una sofferenza tale da provocare anche una reazione estrema come il suicidio – continua Paoletti -. Accade che i genitori, incapaci di affrontare la situazione, se ne vadano quasi di nascosto, così i figli lo vengono a sapere solo poco prima della partenza o addirittura a partenza avvenuta. I piccoli si colpevolizzano, pensano di essere stati abbandonati perché cattivi. E quando un bambino arriva a interiorizzare una tale responsabilità, può fare di tutto».

D’altra parte, nonostante la crisi, le rimesse rimangono una risorsa significativa per la ricchezza nazionale. «Il governo sa che questa migrazione è necessaria – conclude Paoletti -, ma tende a sottostimare il fenomeno dei ragazzi soli, riconoscendone solo 82.654. Qui, in Romania sopravvive il sussidio statale per i bambini privi di genitori: 97 lei (la moneta rumena) al mese, poco più di 22 euro, fino al compimento del 18° anno di età. Ma solo una piccola parte di chi va all’estero lo dichiara al Comune, così i figli rimangono anche senza tutela legale, e questo crea problemi al momento dell’iscrizione a scuola, o nel caso servisse un ricovero ospedaliero.

«All’inizio per noi era una grazia quando una persona poteva partire, soprattutto per l’Italia (dove i rumeni sono un milione e 300mila), perché condividiamo la stessa identità cristiana e le stesse origini latine – osserva monsignor Anton Cosa, vescovo di Chişinău, capitale della Repubblica moldava -. La prospettiva era guadagnare di più: in questa zona il salario medio è di 50 euro, mentre la vita costa quasi come nel resto d’Europa. Poi, anche le donne hanno cominciato ad andare. Nessuna di loro prima aveva pensato di fare la badante. C’era un bisogno e lo hanno coperto».

Butea 2010
Suor Elisabetta Barolo con alcuni giovani della Casa d’accoglienza di Butea

«Alcune si sono innamorate altrove e sono tornate solo per divorziare dal marito – rincalza suor Elisabetta Barolo, delle suore missionarie della Passione di Gesù, che dirige una casa di accoglienza per minori, a Butea, nel distretto di Iaşi -. Dei 5.000 abitanti del paese, più della metà se ne sono andati, o all’estero, o nelle grandi città. Così circa 200 bambini vivono con i nonni. Oltretutto, con la crisi, anche le rimesse si sono dimezzate. Molti che lavoravano in nero, sono rimasti disoccupati. Non hanno più mandato soldi e i parenti hanno abbandonato i bambini».

Valentino

Ma, quando la famiglia è solida, ce la fa. Valentino è un uomo sereno, nonostante un incidente sul lavoro in una miniera di uranio a Timisoara lo abbia costretto in carrozzella a 19 anni. «Con due figli piccoli e un terzo in arrivo, mia moglie è dovuta partire per l’Italia. I pochi soldi derivanti dai suoi lavori saltuari qui e la mia pensione di invalidità non bastavano». All’inizio è stata dura, ma oggi mia moglie è la badante di un’anziana vedova milanese, che le permette di restare sei mesi con lei e di tornare a casa gli altri sei, facendosi sostituire. Due figli sono all’università, l’altro è al liceo. Ce l’abbiamo fatta grazie alla nostra tenacia e alla fede».

Maria, Giovanni e Fabio

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