Accanto agli anziani fragili. «Lasciati da soli in trincea»

Carenza di personale ormai cronica, nessuna copertura assicurativa, penalizzati da una narrazione giornalistica distorsiva della situazione che si vive nelle residenze per anziane accreditate del Veneto e di Verona. Nonostante queste fatiche, oltre 700 anziani positivi al Covid-19 sono stati curati nei centri servizi socio-assistenziali del territorio dell’Ulss 9. «Ormai da un anno stiamo lavorando senza sosta e oltre ogni immaginazione per garantire cure adeguate e serenità agli anziani ospiti, oltre al mantenimento delle relazioni con i familiari, mai venuto meno, anche grazie alle cosiddette “stanze degli abbracci” di cui tutte le nostre strutture si sono via via dotate»: così Tomas Chiaromonte, segretario di Adoa (Associazione diocesana opere assistenziali di Verona), nonché direttore di tre delle oltre cinquanta realtà scaligere che si prendono cura di più di 5mila anziani non autosufficienti pluripatologici e cronicizzati, riunitisi nel Coordinamento enti gestori centri servizi anziani Ulss 9. Nonostante «l’impegno del Distretto sanitario territoriale e il lavoro di tutti, il peso della pandemia ha reso la guerra improba». Per questo, il Coordinamento ha deciso di rivolgersi alle istituzioni nazionali e regionali, coinvolgendo anche gli Enti religiosi, da cui la maggior parte di queste Opere – alcune centenarie – sono nate. «Da almeno dieci anni – si legge nella lettera, indirizzata in primis al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro della Salute – segnaliamo, attraverso tutte le associazioni di categoria, la mancanza di infermieri e operatori socio-sanitari in numero sufficiente a coprire la domanda del nostro comparto. La pandemia ha aggravato la situazione. Nella prima ondata i nostri dispositivi di protezione sono stati sequestrati per essere distribuiti negli ospedali. Nella seconda, gli ospedali in difficoltà hanno aperto le graduatorie, drenando ancora infermieri e operatori socio-sanitari dai nostri reparti. Ma, se non hai i “soldati”, non puoi resistere a lungo in trincea». Non si è alzato il numero chiuso delle facoltà infermieristiche, non si è sciolto il nodo dell’equipollenza dei titoli per chi è laureato all’estero, non si sono creati percorsi di scuola secondaria che consentano di integrare gli organici con forze giovani, da molto non si investe a sufficienza sul sistema di cure e di welfare territoriale. L’altro grande tema è che dallo scorso maggio i Centri di servizio per anziani lavorano «sprovvisti di copertura assicurativa sulle responsabilità derivanti dall’emergenza pandemica. Molte assicurazioni hanno rescisso unilateralmente i contratti. Le disdette sono arrivate a tappeto, motivate da un’eccessiva onerosità del rischio – continua Chiaromonte -. Siamo stati mollati dai grandi gruppi imprenditoriali e finanziari. Ciò non riveste solo un problema di carattere giuridico o economico, ma anche di etica, e di sostenibilità futura del sistema sanitario, territoriale e socio-economico nel quale viviamo. Per questo, servono scelte coraggiose da parte dei decisori pubblici: abbiamo bisogno di infermieri o figure equipollenti per i nostri nuclei, anche giovani, anche provenienti da Paesi esteri, anche in deroga a normative che possono andar bene in un periodo ordinario, ma non certo nell’emergenza attuale». Il testo, infine, richiama i media alla responsabilità: “Basta proporre le case di riposo come il capro espiatorio di una pandemia mondiale. Approfondite. Venite a vedere come lavoriamo”.

© 2020 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – giovedì 10 dicembre 2020 – Primo piano – pag. A11

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