«Torno in Sud Sudan per ricucire le ferite»

«Io appartengo al Sud Sudan. Il mio percorso si è intrecciato con questo Paese e continuerà a farlo. Ora si tratta di spendersi per riallacciare nella Chiesa una relazione di comprensione reciproca. L’accaduto ha dimostrato che come uomini di Dio siamo pronti anche a dare la vita».

Monsignor Christian Carlassare, comboniano, vescovo di Rumbek, si trova in Italia per alcune settimane di convalescenza dopo l’aggressione subita nella diocesi sudsudanese la notte tra il 25 e il 26 aprile, dove era arrivato da una decina di giorni, dopo essere stato ordinato vescovo l’8 marzo scorso da papa Francesco, andando a colmare il vuoto lasciato dal vescovo Cesare Mazzolari, mancato dieci anni fa. Vederlo di nuovo in piedi è un sollievo per mamma Marcellina e papà PierAntonio, e sarà per loro difficile lasciarlo ripartire, perché la paura è stata tanta. Il rientro nel Paese africano che, anche se quest’anno celebra i dieci anni dall’indipendenza, non ha ancora conosciuto pace, avverrà probabilmente in ottobre, con l’ordinazione.

«Ho perdonato chi mi ha sparato ma, se non tornassi, la gente non sentirebbe vero questo perdono. Il perdono va vissuto, è un dare fiducia, un mettersi in cammino insieme».

C’è una grande forza in monsignor Carlassare, che con i suoi 43 anni è il più giovane vescovo del mondo. Sa che il compito che lo aspetta non sarà facile, anche perché non è stato aggredito a scopo di rapina, ma di intimidazione. «Mi sono reso conto di essere il bersaglio quando, non riuscendo ad aprire la porta della mia stanza, hanno scardinato la serratura a colpi di kalashnikov. In quel momento, dalla stanza vicina è uscito padre Andrea Osman (al momento è lui a reggere la diocesi, ndr). Ho temuto per lui e sono uscito anch’io in corridoio. Abbiamo cercato di parlare con queste due persone, avvolte nel buio, ma niente. Uno dei due mi ha puntato l’arma in viso. Gli ho chiesto: che cosa stai facendo? Allora ha abbassato l’arma e mi ha sparato alle gambe, almeno quattro proiettili. Ho cercato di rientrare in stanza, mi hanno picchiato con il calcio del fucile e sono collassato in mezzo al sangue che già usciva abbondante. L’altro prete è entrato e mi ha somministrato l’unzione degli infermi. Lì ho pensato che forse era finita. Mi sono fatto il segno della croce e affidato a Dio». E Dio ha risposto alla preghiera: padre Christian ora sta bene.

Ci tiene a sottolineare che in questo caso non c’entrano le rivalità tra etnie (a Rumbek la maggioranza è dinka), anche se non c’è dubbio che il fatto che abbia trascorso quindici anni con i nuer, l’altro gruppo etnico preponderante nel Paese, abbia un suo peso. «Ovvio che la popolazione dinka si chieda: “Questa persona saprà amare noi come ha amato i nuer?” E io saprò farlo. Ma il mio “incidente” non rientra nella questione etnica, è maturato in seno alla stessa Chiesa, è un problema di gestione della diocesi». E infatti agli arresti ci sono anche alcuni preti e collaboratori diocesani, rintracciati grazie alla perdita del telefonino sul luogo dell’attentato.

«L’attività giudiziaria sta proseguendo, ed è importante, anche per la mia sicurezza», riprende il vescovo. «Quando saranno ufficializzati i colpevoli e le pene, anche la Chiesa dovrà capire come comportarsi». In Sud Sudan, complice il grande numero di armi in circolazione, la violenza è tanta. Recentemente è stata saccheggiata una parrocchia di Rumbek e lo scorso giugno sono stati uccisi due operatori Medici per l’Africa Cuamm.

«Sembra un paradosso. Si saccheggia e si uccide chi sta aiutando. La situazione è difficile, soprattutto nelle zone rurali, dove c’è conflittualità dovuta al possesso del bestiame, ma anche alla terra che dà sempre meno frutto a causa dei cambiamenti climatici. Militari, polizia e capi locali non hanno capacità di controllo del territorio. La Chiesa resta una presenza di speranza. Nelle parrocchie sono stati creati dipartimenti di giustizia e pace, ci si occupa di curare le persone nel fisico e nello spirito. Io partirò da quello che c’è, con l’obiettivo, il prossimo anno, di avere un’assemblea diocesana. Parleremo molto di quanto è successo a me, ma anche alle tante persone che hanno subito violenza e minacce. Per poter ricucire, riconciliare, prima bisogna saper ascoltare».

© 2022 Romina Gobbo 

pubblicato su Famiglia Cristiana - domenica 5 settembre 2021 - pagg. 44 e 45 - n. 36

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