«I cristiani che partono indeboliscono quelli che restano»

Iran-Iraq Integralismo e guerra nella terra che diede la luce alla civiltà mesopotamica

È l’ultimo in ordine di tempo, l’attacco al villaggio di Wareng in Nigeria, abitato in maggioranza da cristiani, avvenuto martedì 11 gennaio 2011, e che ha visto la morte di 13 persone. Per la Nigeria è già la seconda volta in pochi giorni, ma recentemente anche l’Egitto e pure l’Iraq sono stati colpiti. La fine del 2010 e l’inizio del 2011 sono stati nuovamente funestati dai massacri di cristiani. Il gruppo religioso – come evidenzia il Rapporto Acs (Associazione Aiuto alla Chiesa che soffre) 2008 sulla libertà religiosa nel mondo – più discriminato nel mondo: oltre 200 milioni di differenti confessioni in oltre 60 Paesi.

L’avversione, a seconda dei Paesi, è da parte dell’islamismo, del comunismo ateo e dell’hindutva, l’ideologia che vuole rendere l’India una nazione interamente indù. Le motivazioni, oltre che religiose, sono le più varie: di ordine politico, storico, sociale, geografico, economico e culturale. Della difficile esistenza delle Chiese cristiane in Iraq e Iran ci fornisce uno spaccato don Francesco Strazzari, presbitero della Chiesa di Vicenza, inviato speciale del quindicinale Il Regno (ediz. Dehoniane, Bologna), nel suo libro Dalla Terra dei due fiumi. Iran-Iraq. Cristiani tra l’integralismo e la guerra, per i tipi della EDB (pagg. 128, euro 10). Strazzari ha pubblicato una decina di volumi sulla situazione ecclesiale di diversi Paesi – si è interessato parecchio della Cina, per esempio -, ma all’Iran e all’Iraq, guarda con più simpatia e affinità, perché sono stati culla della grande civiltà mesopotamica. E in questi luoghi la presenza dei “figli di san Tommaso” ha radici antichissime, ma numeri piccolissimi (in Iraq, il 3% su una popolazione di 28 milioni di abitanti).

In Iraq, dal punto di vista economico, la comunità cristiana è prospera, nonostante la pesante crisi degli ultimi anni, e nonostante l’embargo iniziato nel 1990 e interrotto, poi, nel 2003. I cristiani sono molto presenti nelle professioni liberali, ad esempio, nell’insegnamento. Ma la loro marginalità politica è evidente. Nell’Assemblea nazionale, su 250 deputati, pochissimi sono cristiani. Domina la mentalità per cui, in un Paese arabo e a larga maggioranza islamica (l’Islam è religione di Stato), il potere debba essere esercitato da musulmani. Così molti cristiani si sono trasferiti a Baghdad, oppure sono emigrati. «Si calcola – scrive Strazzari – che all’inizio degli anni Novanta a oggi abbiano lasciato l’Iraq non meno di 200mila cristiani. La Chiesa irachena patisce l’esodo, ma non sa come frenarlo».

«L’esodo dei cristiani sembra non finire mai – spiega mons. Louis Sako, arcivescovo di Karkuk all’autore -. Partire vuole dire far sparire tutta una storia, una cultura, una lingua e una presenza millenaria”. Ma Strazzari non risparmia critiche: “La gerarchia mostra stanchezza e la moltiplicazione delle sedi vescovili ha causato l’ulteriore indebolimento della struttura ecclesiastica, e poi mancano programmi pastorali ben pianificati, bisogna agevolare i cristiani nell’acquisto della casa e bisogna elaborare progetti per la creazione di posti di lavoro».

L’Iran con 68 milioni di abitanti è il Paese più giovane nel mondo (il 70% della popolazione è sotto i trent’anni) e ha un elevato tasso i alfabetizzazione: l’86%; ha ingenti risorse petrolifere (è il quarto produttore al mondo di petrolio); la crescita media del Pil è tra le più dinamiche dei Paesi mediorientali. Tutto questo mal si concilia con la mancanza di progresso e di libertà imposti dalla teocrazia fondamentalista degli ayatollah sciiti al potere da trent’anni, dopo la caduta nel 1979 dello scià Reza Palhavi. Così, a tutt’oggi, persiste l’incapacità del sistema di garantire libertà politica e giustizia sociale, di agevolare la burocrazia, e di fermare la diffusa corruzione amministrativa. Ma di questo Paese che cosa conosce l’Occidente? “Ci si ferma troppo facilmente agli stereotipi, e a una sintesi riduttiva e arbitraria, fatta di chador, ayatollah e attivisti che gridano Marg bar Amriki (Morte all’America)”, spiega a Strazzari Roberto Toscano, ambasciatore italiano in Iran dal 2003 al 2008. Ed è per questo che il prelato vicentino cerca di raccontare il Paese, mettendone in evidenza i punti di forza. Le proteste seguite alla rielezione di Ahmadinejad sono uno di questi. Chi immaginava l’Iran come un Paese monolitico, è stato smentito. L’establishment per la prima volta ha mostrato la sua frattura interna.

Iran e Iraq: ecco due Paesi dove l’identità cristiana ha vita dura. «È il sostegno dei nostri fratelli e sorelle dell’occidente che ci dà il coraggio di resistere e restare nella nostra terra e nelle nostre chiese, continuando la nostra presenza e la nostra testimonianza – conclude mons. Sako -. Ma i cristiani che partono, indeboliscono quelli che restano».

© 2011 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici, 16 gennaio 2011

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