Cos’è Scriptandclick?


Questo è il portale con il quale Romina Gobbo racconta storie. Script ha molti significati: in informatica, per la psicologia, nell’analisi grafologica. Per me è semplicemente sinonimo di testo. Suona bene e, soprattutto, si accompagna perfettamente a click. Qui è più facile da decodificare. Lo scatto richiama immediatamente la macchina fotografica. Testi e foto.

Perché le parole descrivono, ma a volte da sole non bastano. A volte ne bastano poche, accompagnate da qualche foto, altre volte proprio non servono. Allora, subentrano le immagini. Da sole o con una didascalia sintetica. Nella civiltà egizia, la parola era creatrice, dava forma alla realtà. Oggi, invece, la nostra società vive di immagini e di immagine.

Ma ben vengano le foto se servono a dare voce e volto a mondi poco considerati. L’obiettivo di scriptandclick è fotografare con le parole, scrivere con le immagini. La penna registra, l’obiettivo immortala.

Dove sta la novità? La novità è la passione per il viaggio, il desiderio di andare, di essere là dove si fa la storia, in una perenne ricerca di verità, e con la sensibilità di chi ama l’incontro con l’altro. Un incontro che poi va oltre il reportage, diventa il vero obiettivo del viaggio. E si fa strada la consapevolezza che lo sguardo altrui altro non è che la propria immagine riflessa nello specchio della vita.


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Un cireneo per il Vescovo Albino Luciani

Dal 1961 al 1963, monsignor Pietro Paolo Carrer fu al servizio dell’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, che nel 1978 sarebbe salito al soglio di Pietro, con il nome di Giovanni Paolo I. Monsignor Pietro Paolo, da tutti conosciuto come don Paolino, era all’epoca un giovane sacerdote. Si era da poco ripreso da una malattia, quando il vescovo lo chiamò. «Vuole essere il mio cireneo?», gli chiese. Era un modo per chiedergli di essere al proprio servizio, ma non come un semplice segretario, bensì un compagno con il quale condividere una parte di vita e… di strada. Perché don Paolino fu un autista fedele e fidato.

Ne uccide più la lingua che il covid – La guerra delle parole

Marzo 2020. “Il virus avanza”. E il popolo italiano è “in trincea”. In quel periodo il giornalismo italiano sceglie di usare termini bellici per raccontare la pericolosità della nuova pandemia. I titoli, giorno dopo giorno, contribuiscono ad alzare la tensione. Questo libro intende analizzare il linguaggio utilizzato dai media, che diviene, via via, un

linguaggio di guerra. La notizia non era più sobria, essenziale, ma circondata da un’aura di emotività. Ma davvero non c’era altro modo?

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