I parametri del Sud Sudan – 54° Stato africano – sono tutti negativi. Gli analisti internazionali parlano di uno dei Paesi più sottosviluppati del mondo. Al visitatore basta guardarsi attorno: non ci sono attività agricole; d’altra parte coltivare con la zappa a mano in una palude grande quanto l’Inghilterra non è agevole. Niente energia elettrica. Chi è fortunato usa i generatori, i più intraprendenti i pannelli solari. Agi che non riguardano di certo la popolazione locale. Niente acqua corrente. Niente rete fognaria. Non esistono gli acquedotti, ci si arrangia con i “water tank”. «Dal punto di vista medico – racconta il dottor Enzo Pisani, direttore sanitario dell’ospedale governativo di Yirol, nello Stato dei Laghi, 500 chilometri circa da Juba, gestito dalla Ong padovana Cuamm – Medici con l’Africa – è il Paese più disastrato
che ho visto, peggio della Somalia». Parola di un dottore che, con la moglie Ottavia, anestesista, gira da trent’anni i posti più disagiati dell’Africa. E, ancora una volta, l’emergenza si chiama morte da parto. In Italia, ogni centomila bambini che nascono, muoiono, per cause diverse, 12 mamme. In Sud Sudan sono 2.054, ovvero 170 volte in più. È questo il divario maggiore fra Nord e Sud del mondo e, all’interno di un Paese, fra ricchi e poveri. «In Sud Sudan – spiega invece il dottor Rinaldo Bonadio, direttore sanitario dell’altro ospedale Cuamm, a Lui, contea di Mundri Est, nel West Equatoria – la malattia è spesso un problema di distanza. Per questo sono necessari dei punti sanitari sul territorio. Per arrivare da noi dai luoghi più remoti della contea ci vogliono anche due, tre giorni di cammino. E poi c’è la questione culturale. La donna qui ha sempre partorito in casa, è una vergogna recarsi all’ospedale per questo. Perciò per una complicazione anche banale si possono perdere due vite: quella della mamma e quella del bambino. Tra i 4 e i 5mila bambini che nascono all’anno nell’area di nostra competenza (bacino di utenza di oltre 100mila persone), almeno 200 dovrebbero poter nascere in ospedale. Ma la gente è rassegnata al fatto che se subentra un’emorragia, per la madre è morte sicura». Ai due ospedali arrivano anche tante persone ferite di arma da fuoco. D’altra parte, ci sono ancora parecchi focolai accesi e molti scontri etnici, per questioni di bestiame, in un Paese in cui le mucche, l’unica vera proprietà, ricevono più attenzioni dei figli. «Il 70-80 per cento del bilancio dello Stato va ancora per le spese militari», spiega Enzo. In questa realtà, dove il sistema sanitario è tutto da costruire, il Cuamm – conclude il fondatore don Luigi Mazzucato – ha scelto di «percorrere l’ultimo miglio, assieme a chi fatica e non ha nulla».
© 2012 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – 2 giugno 2011

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