Yirol e Lui tra speranza e realtà

Un viaggio nel profondo Sudan, alla scoperta di un lavoro in prima linea, con e per i più poveri e bisognosi.

Oltre 20.000 visite ambulatoriali, circa 7.000 ricoveri, 900 parti, di cui 58 cesarei, circa 4.000 visite prenatali. Sono i numeri dei primi mesi del 2010 dei due ospedali governativi di Yirol, nello Stato dei Laghi, e di Lui, nel West Equatoria, sostenuti da Medici con l’Africa Cuamm. Arriviamo in quel Sud Sudan, che il 9 gennaio scorso, per volere della popolazione, è divenuto il 54° Stato africano. «Un Paese dove, per pochi minuti di assistenza mancata, a volte si perdono due vite: quella della madre e quella del bambino”, dice il direttore sanitario dell’ospedale di Yirol, il dottor Enzo Pisani, impegnato qui con la moglie Ottavia, e Guido Lenatti, che si occupa della logistica. Le grandi distanze sono fatali. Il sistema sanitario disastroso, il personale insufficiente, male preparato e spesso demotivato. «In questo Paese – continua Enzo – la sanità è più disastrata che in Somalia o nel Mozambico di trent’anni fa».

La questione più delicata resta sempre la maternità (ogni cento parti, due donne muoiono); le puerpere non vanno all’ospedale, partoriscono a casa, perché è sempre stato così. Una complicazione basta perché avvenga l’irreparabile. L’ospedale Cuamm – 53 posti letto per un bacino di utenza di 280.000 persone – ha quattro reparti: medicina, chirurgia, pediatria e ostetricia. «Tra le patologie pediatriche – riprende il dottor Pisani – ci sono alcune forme di meningite, tante malarie, tante gastroenteriti serie, con disidratazioni importanti. In medicina c’è un po’ di tutto: dagli scompensi alle cirrosi, alle malattie tropicali, alle epatiti». E tante ferite da arma da fuoco, a causa dei focolari ancora accesi, nonostante l’indipendenza; senza scordare che nel Sud Sudan il 70-80 per cento del bilancio dello Stato va ancora per le spese militari. La ridefinizione del complesso continua con la realizzazione dell’Opd (l’ambulatorio per pazienti esterni), sostenuto in particolare da un contributo della Diocesi di Vicenza.

Situato all’ingresso del complesso ospedaliero, corrisponde grossomodo al nostro pronto soccorso: i pazienti vengono smistati tra chi necessita di ricovero e chi invece solo di farmaci. La struttura sarà conclusa tra un paio di mesi, sarà dedicata a santa Giuseppina Bakhita, canossiana, sudanese, vissuta molti anni e poi morta a Schio, e intitolata alla memoria di don Giacomo Bravo e don Antonio Doppio, e due preti della Diocesi di Vicenza, morti nel 2003 per un incidente stradale nel Sudan meridionale, mentre percorrevano l’immenso deserto sabbioso che da Khartoum porta a El Obeid. Se poi si reggono 12 ore di strada impossibile, tra dossi, pozzanghere e fango – qui la stagione delle piogge dura da maggio a ottobre e la zona diventa un’immensa palude – si arriva a Lui, nel West Equatoria, dove operano il dottor Rinaldo Bonadio, il dottor Silvio Cortinovis, l’infermiere Pietro Artegiani e il responsabile della logistica, Roberto Quagliotto. Di questo ospedale, di proprietà della Chiesa episcopale, dal 2009 si occupa il Cuamm, da quando cioè l’organizzazione americana che lo gestiva, se n’è andata, lasciando in abbandono strutture e attrezzature, oggi obsolete e fatiscenti. Cento posti letto per un bacino di utenza di oltre 100.000 persone: una grande sfida. La pediatria e la medicina sono state già riabilitate, mentre si sta lavorando velocemente per costruire una nuova maternità. «Mancano i servizi base: l’acqua, la luce, lo smaltimento dei rifiuti – spiega il dottor Rinaldo -. Stiamo realizzando la rete idrica e l’inceneritore. Poi, bisognerà sistemare in modo ordinato i materiali, i farmaci, creare un magazzino centrale…». Ma la difficoltà maggiore è di carattere gestionale. «Certo – continua il dottor Rinaldo -, questo è un ospedale governativo, di proprietà della Chiesa episcopale. I due soggetti hanno ciascuno una propria interpretazione rispetto alla gestione, all’organizzazione del personale e al loro ruolo. Dobbiamo un po’ mediare tra i due, cercando di dare un contributo per lo sviluppo della struttura, con tutto quello che ciò comporta a livello manageriale, del personale, delle figure responsabili, dell’amministrazione». Intervistando i volontari, è emerso che a unirli è non solo l’amore per i più bisognosi, ma anche il senso di appartenenza a Medici con l’Africa Cuamm. «L’aver sempre curato i rapporti con i nostri volontari, aver cercato di fare in modo che siano contenti, di far comunità, ha sicuramente fatto crescere il senso di appartenenza – racconta don Luigi Mazzucato, storico direttore, con all’attivo ben 120 viaggi in Africa -. Credo che questo sia molto positivo. E’ quello che ci distingue da tante altre organizzazioni, che magari hanno più possibilità economiche. Noi viviamo uno spirito di famiglia, ci sentiamo partecipi, condividiamo l’ideale di impegnarci per la salute di tutti, soprattutto dei più poveri, nelle aree più periferiche, nelle più disastrate, fino all’ultimo miglio». «L’obiettivo sarà raggiunto, quando non saremo più necessari», conclude il dottor Bonadio.

© 2011 Testi e foto Romina Gobbo

pubblicato su ÈAfrica, giugno 2011

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