Natale tzigano

Non si butta mai niente. Come della vita. Lo sanno bene i nostri genitori. Quando erano bambini attendevano il Natale con grande speranza. Ma prima di Gesù Bambino, c’era il momento dell’uccisione del maiale. L’avvenimento – anche se drammatico per l’animale -, per la gente rappresentava l’avvio della festa. A Natale si sarebbe mangiato bene. Ma quell’evento  era ancora più importante perché assicurava la carne a tutta la famiglia per un anno. I bimbi sgranavano gli occhioni mentre i genitori levavano la pelle, e poi tagliavano: quelle parti succulente di carne sarebbero presto diventate costine, salsicce, braciole… Al giorno d’oggi si è persa quest’usanza, e soprattutto si è perso lo stupore in questa società opulenta dove tutto è dato per scontato. Ma ci sono luoghi dove il tempo sembra essersi fermato. E non sono poi così lontani.

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La Romania, seppur nell’Unione Europea, per certi aspetti resta un mondo a sé. Così può capitare di star guidando da Targoviste a Bucarest e di imbattersi in un villaggio tzigano. 15 dicembre. Il termometro segna -7. I bambini, vestiti (poco) di stracci, con i piedi sulla neve, rivivono lo stesso stupore dei nostri genitori cinquant’anni fa. Stanno lì, intorno a un falò improvvisato, con i lucciconi e la salivazione sempre più affannosa, in attesa dell’ambito cosciotto. Anche se, come tutti i bambini, se offri loro un caramél (chiamano così la caramella) lo preferiscono. Si divertono i piccoli, faticano i grandi. È un rito quasi sacro. Il norcino della situazione non è molto “tecnologico”, usa un coltellaccio stile Indiana Jones e quando la carne è proprio dura… anche la mannaia. Il cadavere del porco sta lì, su una stuoia, con in bella mostra tutte le sue leccornie. Allo straniero che transita le donne offrono la cotenna, affumicata dopo una “passata” col lanciafiamme. È un onore, si offendono se non accetti, ma riusciamo a soprassedere. Il fotografo un pensierino lo fa: «Magari con una cottura maggiore…». La giornalista non ci pensa proprio. Si mette a giocare con i bambini sperando che gli adulti si distraggano.
Scende la sera, il villaggio si ritira. È la tenda che accoglie piccoli e grandi, come una madre protettiva. Il fuoco arde. Ma va alimentato in continuazione, perché fa troppo freddo. Ti penetra nelle ossa, le mani sono rosse, i piedi indolenziti, naso e orecchie non si sentono più. Dal telo che funge da soffitto cola un liquido oleoso. Alziamo la testa. È lì appeso il risultato di tanto lavoro: salamelle, salsicciotti, sanguinacci. Che la festa abbia inizio.

© 2011 Romina Gobbo – Foto Fabio Zoratti
Inedito

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