Anziani stesi a terra, che attendono pazientemente, uomini con i genitori sulle spalle, nonni dentro alle carriole, o trasportati con altri mezzi improvvisati per l’occasione, bambini che sperano che dopo l’iniezione, ci sia un giocattolo in regalo. Tutti, anche i più piccoli, stanno diligentemente in fila, aspettando il proprio turno. Donne non ne vedo. Non possono recarsi dal medico, perché la cultura impone loro di non rapportarsi con uomini diversi dal marito. Perciò, spesso mandano un familiare maschio a spiegare i sintomi e a chiedere un rimedio. E pensare che sono proprio le donne a patire di più i mali dell’Afghanistan, un Paese considerato il luogo peggiore in cui essere madre, al secondo posto al mondo per l’elevatissima mortalità materna: l’86 per cento delle donne partorisce così come capita, senza alcuna assistenza, perché le cure costano e gli uomini di famiglia pensano che non ne valga la pena. Il risultato è che 25mila donne muoiono ogni anno per problemi legati alla gravidanza o al parto, in pratica un decesso ogni mezz’ora. Ecco perché laddove ci sia un punto sanitario, nelle zone più remote, l’afflusso è notevole. Arrivano in tanti, anche 1.000 persone in un mese, continuamente, e anche da lontano al Role 1 (punto di primo soccorso e stabilizzazione) di Bala Murghab, avamposto della missione Nato-Isaf, nella provincia di Badghis, a nord-ovest dell’Afghanistan, al confine con il Turkmenistan, un luogo dove d’inverno la temperatura scende anche a venti gradi sotto zero. «In questo Paese – spiega il dottor Michele Turritano, in Italia di stanza a Grosseto, Reggimento Savoia, Cavalleria – mancano strutture ospedaliere, mancano programmi di prevenzione, manca personale medico femminile, perciò chi ha necessità, viene da noi». Un noi che significa sette sanitari, tre medici e quattro infermieri, che lavorano sotto una tenda, e un potenziale bacino d’utenza di 280mila persone in tutta la provincia, suddivise in 280 villaggi, ovvero 3.500 famiglie, di etnia a maggioranza pashtun. È Medicap, il servizio che i medici della base offrono quotidianamente alla popolazione, anche nei giorni di festa, anche il primo gennaio, quando ho incontrato il dottor Turritano. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, in Afghanistan, il servizio sanitario nazionale raggiunge solo il 55 per cento della popolazione urbana e il 25 per cento di quella rurale: almeno sei milioni di persone, quindi, non hanno accesso ad alcun tipo di struttura di cura. Ancora una volta sono le donne le più penalizzate, a causa dell’estrema povertà. Senza contare, il basso livello di preparazione dei medici locali e il fatto che molti negli ultimi decenni se ne sono andati: oggi si stima la presenza di un medico ogni 100mila abitanti. Eppure, la Costituzione afghana, in vigore dal 2004, all’art. 52, afferma che: “Lo Stato ha il dovere di fornire gratuitamente a tutti i cittadini afghani i mezzi di prevenzione, le cure mediche e le prestazioni sanitarie adeguate, secondo quanto stabilito dalla legge”. Ma, al di là dei proclami, il governo destina alla sanità solo il 4 per cento del bilancio nazionale, ovvero circa 10 dollari a persona.
Dottor Turritano, quali patologie le si presentano più spesso?
«Innanzitutto, qui c’è il grosso problema delle ferite di guerra. Dopo di che arriva gente dai problemi più disparati: infezioni, che in Italia non vediamo, perché quasi debellate, come la tbc (nel Paese uccide 15mila persone all’anno), o anche il colera, leshmaniosi (che da noi colpisce solo gli animali), emorragie post partum, morbillo (35mila bimbi morti all’anno), malaria (con circa 350mila contagi all’anno), tetano, poliomeliti, epatiti A, epatiti C e molti casi di traumatismi. Poi c’è chi ha fatto un incidente in moto, il mezzo di trasporto più comune, chi ha riportato sul lavoro ferite da taglio, bimbi con morsi di cani, perché ci sono molti randagi». Anche la situazione dei bambini è terribile. Ogni giorno 37 bambini muoiono a causa della guerra, per malattie curabili e per malnutrizione e un bambino su cinque non supera i cinque anni. «Anche la malasanità afghana ci dà da fare – riprende il dr. Turritano -: spesso siamo chiamati a intervenire per rimediare ai danni procurati da sedicenti medici locali. Anche quelli veri, che magari hanno studiato a Herat, o a Kabul, o i più fortunati, anche in America, purtroppo si scontrano con la carenza di strumentazioni: pochissimi vecchi ecografi, risonanze non di qualità. Noi facciamo tutto il possibile con gli strumenti che abbiamo. Qui la specializzazione non conta, serve flessibilità e prontezza di riflessi, perché bisogna essere pronti a tutto. E forniamo anche molti farmaci, di cui loro non dispongono».
Come in tutti i Paesi poveri, le malattie sono correlate anche alla scarsa igiene.
«Malaria, tifo, colera e dissenteria sono endemici, poiché non esiste un sistema fognario. I corsi d’acqua sono contaminati; l’acqua pulita è un po’ un’utopia (solo il 13 per cento della popolazione ha accesso all’acqua potabile, ndr); il trattamento di clorazione non viene eseguito».
L’Hiv è presente?
«Penso di sì. Il problema è che non riusciamo a fare le analisi del sangue a tutta la popolazione. Perché abbiamo anche noi dei limiti logistici, e quindi non ho né la certezza, né i numeri o dati precisi».
I tassi di mortalità materna (1.600 su 100mila parti) e infantile (in un anno, 257 morti ogni 1.000 nati, e, sotto i cinque anni, 262 morti ogni 1.000 nati) sono indicativi di un Paese ancora in grosse difficoltà. Mentre continuo con le domande, Michele e colleghi visitano, puliscono e tamponano ferite, prescrivono farmaci: sulle scatole, una riga verticale vuol dire una volta al giorno, se le righe sono due, le pastiglie si devono prendere due volte al giorno, al mattino e alla sera. Un sistema indispensabile in un Paese dove la gran parte della popolazione non sa leggere, e si esprime solo nelle lingue locali. Per questo, ad aiutare i medici italiani, ci sono due interpreti.
I medici di Bala Murghab lavorano anche in esterna.
«La stessa attività che facciamo qui, possiamo farla anche all’esterno presso i villaggi, così come in supporto ai nostri commilitoni durante le attività di pattugliamento. La nostra presenza nei villaggi è per agevolare la popolazione. Al nostro ambulatorio arrivano anche da villaggi lontani 70, 80 chilometri e hanno necessità di venire anche più volte perché spesso le cure richiedono una serie di incontri. Sono quindi costretti a spostarsi continuamente su distanze anche ragguardevoli. Allora, andiamo noi da loro». Anche per evitare che i malati si affidino ai vari guaritori improvvisati, che prescrivono rimedi farmacologici, creando ai pazienti danni maggiori, com’è capitato a un bimbo di sei anni, arrivato debilitato dai diuretici e da dosi massicce di tachipirina, e per il quale non c’è stato più nulla da fare.
Dottore, che cosa porterà a casa di questa esperienza?
«La dignità e la fierezza di questo popolo tormentato».
Assieme al dottor Tamburrino, gli altri sanitari italiani sono il dottor Luca Interisano e gli infermieri Luigi Mormile, Giorgio Perini e Laura Castelli.
© 2012 Testi e foto Romina Gobbo
pubblicato su Redattore Sociale, 30 gennaio 2012

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