«Mio fratello era una persona dalla fede cristiana molto forte. Sapeva quello che voleva. Ma il suo amore per l’altro andava oltre la questione religiosa. Aveva deciso di spendere la vita in difesa delle persone deboli. Vedeva attorno a sé un’umanità sofferente, e ha scelto di aiutarla. Per fare qualcosa, si sarebbe sacrificato». Ecco il ricordo che Paul Bhatti, medico, trevigiano d’adozione, mi ha consegnato, un paio di mesi dopo l’assassinio del fratello Shahbaz (avvenuto a Islamabad, in Pakistan, il 2 marzo 2011, a opera di un commando estremista). Ho avuto modo di contattare il dr. Paul, mentre era di passaggio a Padova. Era un tempo di riflessione per lui, che aveva ricevuto la proposta di diventare consigliere speciale del Primo Ministro Gilani per le Minoranze religiose. Tale impegno, all’inizio lo preoccupava, perché lui stesso nel passato ha subito un attentato, fortunatamente privo di conseguenze. Però è prevalso il senso del dovere: «La paura fa parte del sentimento umano, non aver paura non sarebbe umano. Ma adesso è venuto il mio tempo: di fronte a determinate situazioni, devo fare qualcosa». Soprattutto raccogliere l’eredità spirituale e politica del fratello: «Con la sua morte la comunità si è sentita priva di una guida, così ho scelto di continuarne la missione». Per questo, ha creato la Fondazione Shahbaz Bhatti che, oltre a promuovere il dialogo interreligioso, mira a combattere la povertà e a favorire l’istruzione. Resta un rammarico: «Perché il governo pakistano non ha fornito un’auto blindata a mio fratello? Eppure, lui aveva detto più volte di essere a rischio».
© 2012 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici, 25 marzo 2012

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