Pluralismo e diritti universali. La resistenza della Bosnia

Una briciola di Giustizia/E un granello di Verità/Trovate!/A Srebrenica restituite! Voi dite: guardate al futuro! Ma noi nessun futuro in nessun luogo riusciamo a vedere… né vediamo che lui guardi noi e che di noi si preoccupi.

In questa poesia, dal titolo Le lacrime delle madri, il poeta dà voce alle madri delle vittime dell’olocausto musulmano e chiede ai potenti giustizia e verità. Abdulah Sidran, nato alle porte di Sarajevo (Hadžići) nel 1944, dove vive e lavora, è il più grande poeta e scrittore bosniaco. La sua poesia è stata tradotta in italiano, tedesco, francese, spagnolo. “Figlio e nipote di partigiani” – il padre, leader della repubblica di Bosnia Erzegovina, nel dopoguerra della Jugoslavia liberata, viene detenuto nel lager politico di Goli Otok e due zii perdono la vita durante la resistenza -, si è sempre battuto per la liberazione della sua terra durante l’occupazione serba. Ha assistito alla caduta della Sarajevo pluralista nel lungo assedio, che segnò anche la fine della Federazione jugoslava, e ne ha dato testimonianza. È anche drammaturgo e sceneggiatore dei celebri film, Ti ricordi di Dolly Bell? e Papà è in viaggio d’affari, che fruttarono al regista Emir Kusturica il Leone d’oro nel 1981 e la Palma d’oro nel 1985: assieme, sceneggiatore e regista hanno avuto un ruolo decisivo nel cinema slavo. Titoli principali: Sahbasa (1970), L’osso e la polpa (1976), La raccolta di Sarajevo (1979), La malattia dell’anima (1988), La bara di Sarajevo (1993). Tutte le sue sceneggiature-cinema e l’unica pièce teatrale Ho lasciato il mio cuore a Zvornik, sono raccolti nel libro Romanzo balcanico, curato e progettato da Piero Del Giudice. Questa intervista è per me un privilegio; ringrazio Senka Ahmetović per il prezioso lavoro di traduzione.

 

Milijacka. Abdulah Sidran

Nell’ex Jugoslavia la gente voleva l’indipendenza non la disgregazione totale. Cosa è successo in realtà?

«Per dieci anni, dalla morte di Tito in poi, la televisione e non solo quella nazionale, ha di continuo prospettato un futuro di splendide sorti a “regime” abbattuto. La Jugoslavia era un Paese moderatamente felice, avevamo il passaporto per tutto il mondo – a parte gli Stati Uniti -, una forte emigrazione qualificata che inviava rimesse in patria, un’istruzione fondata sulle lingue – a cominciare dall’inglese – una sanità avanzata, un’industria turistica all’avanguardia e così via… È successo che quelli che avevamo cacciato nella resistenza della Seconda guerra mondiale, sono tornati. È tornato il capitalismo…».

Vent’anni fa iniziava l’assedio di Sarajevo. Perché così lungo e così brutale? È vero che i nazionalisti serbi avrebbero potuto prendere la città in ogni momento?

«È uscito in italiano, in questi giorni, Sarajevo il libro dell’assedio (ADV edizioni), con prose e poesie di scrittori sarajevesi nell’assedio. In quel libro ci sono molte risposte.  I nazionalisti serbi che ci assediavano potevano entrare in città “in qualsiasi momento”? Non credo. Si è combattuto casa per casa per quattro anni, si sarebbe combattuto allora “stanza per stanza”. Brutale come tutti gli assedi – si pensi a Stalingrado – quello di Sarajevo aveva lo scopo di costringere gli assediati ad accordi territoriali su base “monoetnica”. In qualche misura ci sono riusciti. Ma la dottrina del “monoetnismo” non è passata del tutto. Lo spirito laico e repubblicano è ancora vivo nella capitale».

 

Si è parlato di “urbicidio”, sono stati distrutti monumenti e libri. L’annientamento della cultura è uno dei passaggi cruciali di certi momenti storici…

«“Urbicidio” è la sintesi del conflitto definita nel libro così intitolato dell’architetto belgradese Bogdanović – morto in esilio. Coloro che assediavano Sarajevo – armati e organizzati, almeno all’inizio, dai resti dell’Arma federale – sono montanari della Romània (l’altipiano centrale bosniaco), della Podrinje (la regione montagnosa lungo la Drina), predoni, assassini come Arkan  e le sue “Tigri”… e c’è anche, nel revival del nazionalismo serbo, una sorta di rivolta alla globalizzazione, all’europeizzazione…».

Un fenomeno complesso…

«Certo. Che si identifica nell’iperbole ideologica di un Paese prevalentemente contadino. Sto pensando al Memorandum degli intellettuali dell’Accademia di Belgrado uscito nel 2006, in cui si canta il destino superiore del popolo serbo, il “popolo celeste”».

Oggi qual è l’atteggiamento dei media rispetto ai Balcani? 

«I media del mondo, a parte la ricorrenza del ventennale, non si occupano di noi. Il migliore film sull’assedio di Sarajevo è Lo sguardo di Ulisse di Thèo Angellopoulos. Io ho scritto la sceneggiatura del film di Ademir Kenović, Il cerchio perfetto.  Ma è piuttosto un film per ragazzi sui “ragazzi nell’assedio” (un must del socialismo l’attenzione ai ragazzi). È un film non molto riuscito, anche se – uscito qualche mese dopo la fine dell’assedio, a metà del 1996 – ha avuto un certo successo, anche in Italia».

Che cos’è oggi lo Stato di Bosnia Erzegovina? E che cos’è Sarajevo?

«La Bosnia Erzegovina è un macroterritorio diviso in due “entità”, quella detta “repubblica serba” e quella “croato-musulmana”. Formalmente uno Stato unico con turnazione “etnica” alla presidenza. L’unica città che dà qualche bagliore pluralista è Sarajevo. Ma bisogna essere prudenti: decine e decine di Ambasciate, eserciti internazionali presenti, incursioni periodiche di intellettuali e giornalisti e associazioni, producono per forza una messa in scena pluralista. Noi siamo ciò che rimane di una proposta originale e cosmopolita, sconfitta dalla guerra e dall’assedio. Dei reduci, insomma. Ma le ragioni di fondo della nostra resistenza – pluralismo e diritti universali –  sono quelle dell’intera umanità delle società complesse, oggi in crisi e in movimento».

Si dice che durante il periodo titino prevalessero l’istruzione e la cultura; oggi a prevalere è la religione. È questo uno dei mali?

«Nella terza fase della “satrapìa” titina (dalla fine degli anni Sessanta) – con tutto il rispetto per un grande statista e con tutta la consapevolezza dei suoi errori, con tutta la nostalgia per quella “età dell’oro” e tutto l’orrore per quel regime di polizia – c’era ampia libertà religiosa. Nel disinteresse pressoché generale. Poi il tempo della religione. Quasi tutto il vecchio apparato di partito – parlo del partito comunista jugoslavo – si è riciclato indossando le maschere delle varie religioni e chiese. Milošević e la sua adesione al nazionalismo serbo hanno fatto scuola. Ma le pare una cosa seria? Chi spinge in questa direzione? I Signori della Terra. La Cia organizza, paga e arma gli studenti delle madrase in Pakistan contro l’occupante sovietico in Afghanistan, Israele favorisce la nascita di Hamas e cerca di controllarne le dinamiche per sbriciolare ciò che rimane dei Territori. L’ultima risorsa per dividere i subordinati e gli oppressi è quella “etnica” e “religiosa”. Sono gli Stati Uniti a permettere in Bosnia l’inserimento nel conflitto balcanico dei “mujaheddin del popolo” cari alla “via all’indipendenza” di Alija Izetbegović, la cui visione politica era molto ridotta».

La Slovenia è nell’Unione europea, la Croazia sta entrando, la Serbia è candidata. E la Bosnia? Economicamente, può farcela?

«Entrare nell’Unione europea è cadenza politica, non economica. La Bosnia Erzegovina vuole entrare nell’UE nella speranza sia possibile diluire le tensioni etniche in un’area più vasta e sprovincializzare una situazione inchiodata alle rendite di posizione che i signori della guerra balcanica hanno guadagnato con il conflitto e occupato. Tuttavia, il problema è un altro. Quando arriveremo noi – se arriveremo – ci sarà ancora un’Europa unita, se mai è unita questa Europa?».

© 2012 Romina Gobbo

pubblicato su “Perché avete paura? La speranza dalle Scritture” – inserto allegato alla Voce dei Berici del 20 maggio 2012

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