«Io e mio marito non usciamo mai assieme per recarci al ristorante o a un supermercato, perché non vogliamo lasciare i nostri figli orfani», dice l’israeliana ebrea Helen Gottstein, che vive a Gerusalemme. Trovare la speranza nei luoghi dove tutto sembra favorire la paura non è facile. La Terra Santa, da sempre crocevia di popoli, è una ricchezza, ma è anche un concentrato di paure. Ogni comunità vive la sua. A far paura a Helen sono le bombe; a far paura alla palestinese, di religione musulmana, Hanan Abu Dalu, è dover imporre ai propri figli il silenzio, perché chiunque critichi lo Stato di Israele viene considerato nemico; a far paura alla siriana cristiana-aramaica Seren Ghattas è la mancanza di libertà, che fa sì che molti cristiani scelgano di emigrare.
La scommessa del dialogo. Hanan, Helen e Seren, donne appartenenti alle tre grandi religioni monoteiste, hanno scelto d’incontrarsi nel “The Interreligious Coordinating Council in Israel (Icci)”, un organismo che promuove la pace e il dialogo interreligioso. Sono intervenute al convegno “Tra paure e Speranza: la scommessa del dialogo”, che si è svolto stamattina a Vicenza, al Palazzo delle opere sociali, nell’ambito del Festival biblico 2012, organizzato dal Centro culturale San Paolo in collaborazione con la diocesi di Vicenza. Assieme a loro, anche l’ebreo Russel G. Pearce e la cattolica Amy Uelmen, provenienti dagli Stati Uniti. Perché anche negli Usa si vivono parecchie paure, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, che ha fatto da spartiacque tra un prima, quando l’America si riteneva intoccabile, e un dopo, che ne ha invece dimostrato la vulnerabilità. Un contributo significativo è stato dato dalla videotestimonianza di Mikal Saahir, imam del Nur-Allah Islamic Center di Indianapolis.
Il silenzio per attentato e terremoto. Ad aprire il convegno, un momento di silenzio per ricordare le vittime dell’attentato di ieri a Brindisi e quelle del terremoto di questa notte nel modenese. «Due fatti che ci fanno sentire la paura ancora più vicina»: così Roberto Catalano, del Centro per il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, che ha moderato l’incontro.
Paura di indossare il velo. «La mia paura più grande è di non poter esprimere le mie opinioni, ma anche di non poter frequentare i miei luoghi santi, di non poter costruire un appartamento per i miei figli, perché ci sono tante e tali complicazioni nell’ottenere questo permesso, che diventa praticamente impossibile – dice Hanan Abu Dalu, che vive a Gerusalemme Est –. Ho paura a indossare il hijab (velo), perché quando s’indossa un simbolo religioso si viene subito sospettati di qualcosa. Ho paura di un’educazione distorta. I nostri studenti studiano l’olocausto, ed è giusto, ma se un nostro professore parla della nakba (estromissione di buona parte degli abitanti arabi della Palestina dai confini dello Stato di Israele, nel 1948, all’indomani della sua formazione, ndr), rischia il posto di lavoro».
No all’intolleranza. «La minaccia di attacchi terroristici mi attanaglia dalla paura – afferma Helen –: autobombe e kamikaze sono reali. Ho paura che mio figlio, che ha 18 anni e sta per fare il servizio militare, venga ucciso o che sia lui a uccidere. Ho paura di Ahmadinejad, che dice che Israele va sterminato. Ho paura anche degli estremisti della mia parte, che attaccano gli arabi perché sono arabi e incendiano le moschee. È l’intolleranza che porta a questo. Io odio l’intolleranza e ne ho paura».
I cristiani in Terra Santa. «La mia paura principale riguarda il futuro delle comunità cristiane in Terra Santa – sostiene Seren –. I cristiani rischiano di scomparire: se ne vanno a causa del conflitto israelo-palestinese e la conseguente mancanza di sicurezza, per il deteriorarsi dell’economia e per l’insorgere di estremismi religiosi. Abbiamo bisogno di una Chiesa che incontri i nostri bisogni, che ci supporti, per le case, l’istruzione, i posti di lavoro».
Paura del “cristianesimo”. «Ero vicepresidente della Commissione per la giustizia sociale del giudaismo riformato, il movimento ebraico più vasto negli Usa e anche il più aperto al dialogo interreligioso. Ma avevo paura del cristianesimo – racconta l’ebreo Russel G. Pearce, docente alla Fordham University School of Law di New York – perché la mia famiglia, come la maggior parte degli ebrei americani, era giunta in America per fuggire alle persecuzioni in Europa. Hitler non era cristiano, ma la maggior parte dei suoi seguaci sì. Molti cristiani-americani rifiutarono l’accesso agli ebrei negli Usa e li rimandarono in Europa a morire. Avevo amici cristiani, ma avevo paura del cristianesimo».
Il sogno di Amy. «Sono stata educata da cattolica e non ho mai avuto paura a causa della mia identità religiosa – spiega Amy Uelmen, docente presso la Georgetown University di Washington -. Il giorno dell’attentato dell’11 settembre, provammo un dolore immenso; ho temuto che la nostra società perdesse di vista il sogno che porto con me da sempre: la capacità di costruire amicizie indipendentemente dalle differenze. Perché la mia città è divenuta un luogo in cui chiunque potesse avere un aspetto mediorientale, aveva ragione di aver paura, non solo del pregiudizio, ma della possibile ingiustizia, qualora si fosse imbattuto in un’indagine di polizia».
La misericordia di Dio. Ma è la speranza a prevalere: «Dopo l’11 settembre abbiamo ricevuto tante minacce telefoniche – così l’imam Mikal Saahir, nella testimonianza videoregistrata -, ma anche una valanga di solidarietà da parte di tanti cristiani. Addirittura una chiesa di Indianapolis ci ha detto: “Se avete paura ad andare in moschea, potete venire nella nostra chiesa per la preghiera del venerdì”. Chi ha fede non ha mai paura, magari un po’ di timore. Ma anche in una tragedia così grande, si è manifestata la misericordia di Dio. Inshallah».
© 2012 Romina Gobbo
pubblicato su Sir 20 maggio 2012

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