C’è aria di festa nei circa venti centri culturali islamici presenti nel Vicentino. La sera, dopo il tramonto, che interrompe il Ramadan (di- giuno) quotidiano, la gente si ritrova per pregare, riflettere e condividere esperienze. «È un momento in cui si manifesta la bellezza della religione, del rito, e in cui si sta insieme, in comunità», afferma il vicentino Yahia ‘Abd al-Ahad, al secolo Giovanni Zanolo, musulmano da sette anni, responsabile triveneto della Co.Re.Is. italiana (Comunità religiosa islamica: rappresenta i circa 70mila musulmani italiani). «Da sempre, il mese di Ramadan è la parte centrale della vita di ogni musulmano, a qualsiasi nazionalità, gruppo etnico, cultura, lingua, scuola, appartenga. Il nono mese del calendario islamico è dedicato al digiuno, uno dei cinque pilastri dell’Islam. È un rito che arriva da lontano, praticato anche prima dell’avvento dell’Islam del 7° secolo. Dice Maometto: “O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che possiate divenire timorati di Dio” (sura II, v. 183)».
Astinenza dal cibo, dal bere, dal fumo, dalle prime luci dell’alba, l’orario della prima preghiera (salat-ul-fajr), che santifica la giornata, fino a quella serale (salat-ul-maghrib).
«Le preghiere scandiscono il ritmo e il ciclo della giornata, dando sostegno al rito del digiuno. In questi 30 giorni, si fa un pasto al mattino, prima di iniziare il digiuno, e uno alla sera, l’If-tar, quando con un dattero – simbolo dei cibi dei luoghi del Profeta -, si rompe il digiuno. Ecco allora i due cicli della giornata: uno in cui ci si astiene dal cibo e l’altro in cui è permesso mangiare. Nel primo, il musulmano ha la possibilità di gustare la presenza di Allah nella trascendenza, nel suo carattere di invisibilità, di distacco dal mondo. Con il secondo, i sapienti invitano i musulmani a gustare la presenza di Allah nel mondo, nell’immanenza. Nell’alternarsi del cibo/non cibo, vi è un richiamo a questo alternarsi della presenza di Allah sia nel mondo, che al di fuori dei mondi. E il musulmano, attraverso il digiuno, in qualche modo gusta anche lui questo distacco, si allontana dal ciclo terreno dell’alimentazione, quindi della vita e della morte, per quasi avvicinarsi alla qualità divina dell’indipendenza dei mondi».
Un aspetto interessante del Ramadan è l’invito a trattenersi dall’ira.
«Si dice che uno può rompere il digiuno, pur mantenendolo, oppure, viceversa, mantenere il digiuno, pur rompendolo. È evidente il richiamo a una dimensione interiore. Il digiuno, nel senso di non assumere cibi, è un aspetto esteriore che non va visto come fine. Dev’essere un mezzo per un’elevazione, una purificazione interiore, per un digiuno da sé stessi, dall’anima passionale, che è chiamata l’anima che istiga al male. In questo mese, bisogna lavorare su sé stessi, sul proprio carattere, cercare di rinnovare i rapporti fraterni, in comunità, in famiglia, ritrovare naturalezza nella gestione di tutte le responsabilità. Si continua a lavorare, studiare… -, ma con una ritualità diversa e una qualità particolare: c’è uno sforzo maggiore nel controllo dell’istintività e, in generale, di qualsiasi atteggiamento che possa allontanare dal seguire una legge spirituale superiore. In questo aiuta anche il ritrovarsi la sera in moschea, dove, attraverso la preghiera, si raggiunge una maggiore intimità con la rivelazione».
Il mese di Ramadan è caratterizzato da alcuni momenti particolari.
«L’ultima decade è la più importante. Perché la 27a notte di Ramadan (la parola in arabo richiama alla predestinazione, al decreto divino) è quella in cui è stato rivelato il Sacro Corano, perché Maometto praticava già il ritiro, vicino a Mecca, sul monte Hira, prima ancora che venisse manifesta nel mondo la religione islamica. Quella notte, del 610, il Corano è disceso interamente nel cuore del Profeta. Dopo, fino alla sua morte, i singoli versetti venivano rivelati nuovamente ed esplicitati verbalmente da Lui a chi lo ascoltava. Per noi questa attesa è quasi simile al Natale, perché è proprio la rivelazione del Verbo. In questo mese, un numero impressionante di pellegrini si reca alla Mecca. Perché il Profeta diceva: “Chi fa il piccolo pellegrinaggio (‘umra) durante il mese di Ramadan, è come se facesse il grande pellegrinaggio (hajj) con me”».
In questo mese i musulmani hanno la possibilità di comprendere maggiormente la vita della povera gente.
«Certo. Il credente ha la possibilità di comprendere e vivere la povertà, nel suo significato più autentico e spirituale: la povertà dei “poveri in spirito”, ai quali sono destinati la beatitudine e il Regno dei Cieli, come affermano i Testi sacri. Al termine del mese di Ramadan, nel versare l’elemosina (zakat), il credente dona simbolicamente il frutto di questa conoscenza interiore, la conoscenza che solo “Dio è il Ricco, il Lodato” (sura 35, ver.15), a Lui tutto appartiene e a Lui tutto ritorna».
© 2012 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 5 agosto 2012

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