“Le liti durate ore. Le inutili scene di gelosia. La scorciatoia delle urla e delle grida. Le offese, le ingiurie, le parolacce. Le minacce e la mano alzata. Quanti di noi hanno vissuto episodi come questi?” Ci voleva un uomo per tornare a parlare di violenza alle donne.
Riccardo Iacona, giornalista Rai da più di vent’anni, autore e conduttore di Presadiretta, non ha dubbi: più di 80 donne uccise nella prima metà del 2012, in Italia, da compagni, mariti, ex fidanzati, comunque uomini della cerchia familiare, si chiama strage. Ha attraversato il Paese, Iacona, inseguendo le storie dei maltrattamenti e di quel fenomeno che va sotto il nome di femminicidio. Da Sud a Nord, dai piccoli paesi alle grandi città, donne giovani e meno giovani, di tutti i contesti sociali, dal più povero al più ricco, nessuno si chiami fuori, perché c’è trasversalità anche nella consuetudine alla violenza.
Il risultato è Se questi sono gli uomini, per i tipi della Chiarelettere edizioni: circa 200 pagine, che si leggono in una notte, tutte d’un fiato, ma con un fiato corto, angosciato, perché il contenuto a volte impedisce di respirare. È un pugno nello stomaco. Rabbia, solo rabbia si prova leggendo le vite d’inferno di queste donne, per le quali l’uccisione è il drammatico apice di un’escalation di terrore, unica vera compagna della quotidianità. Perché ci sono sempre un naso rotto, un braccio spezzato, le vertebre incrinate, un occhio pesto, il labbro sanguinante, lo stupro ripetuto, la testa dolorante. Uscire con gli occhiali da sole non basta a nascondere i lividi. Eppure, attorno prevale l’indifferenza, l’omertà. Dove sono tutti quando una donna grida? Dove sono tutti quando il fracasso di vetri rotti squarcia le tranquille notti di provincia? Ancora troppi pensano che “tra moglie marito non si debba mettere il dito”. Ma la violenza alle donne non è un affare di coppia, è un’emergenza sociale e – tanto per essere concreti – ha costi altissimi.
Parola d’ordine: denunciate! Lo dicono le operatrici sociali che Iacona ha incontrato, lo dicono le forze dell’ordine, lo dicono gli psicologi. Logico. Doveroso. Ma spesso i fascicoli rimangono fermi sulle scrivanie delle Procure. Antonia Bianco aveva denunciato l’ex compagno Carmine Buono per lesioni e ingiurie, e poi lo aveva denunciato altre due volte perché la minacciava di morte. Ma quel fascicolo è rimasto chiuso. Quattro anni senza che succedesse nulla. Anzi, qualcosa è successo. Carmine ha portato a termine la minaccia. Non si può morire di burocrazia. E tantomeno del sospetto che, più che di burocrazia, si tratti di pigrizia, disinteresse, menefreghismo.
Il tragico epilogo è spesso di una brutalità inaudita. Antonella Riotino, 21 anni, picchiata, soffocata e sgozzata. Cristina Andrea Marian, 23 anni, un colpo alla testa le ha fracassato il cranio. Elda Tiberio, 93 anni, morta per le botte. Leda Corbelli, 65 anni, bruciata viva. Elisabeth Sacchiano, 73 anni, soffocata con un cuscino. Patrizia Klear, 31 anni, sgozzata e lasciata morire dissanguata. Vanessa Scialfa, 20 anni, strangolata con un cavo elettrico, soffocata con uno straccio e gettata da un cavalcavia. Teresita Trompeo, 90 anni, uccisa a martellate.
Da quando il libro è nelle edicole, è successo di nuovo, ogni tre giorni. L’ultima, Carmela, 17 anni, ammazzata mentre tentava di difendere la sorella Lucia dall’ex, Samuele Caruso. Due coltellate le hanno tranciato la carotide. Gli uomini non si rassegnano alla fine di una storia. Noi non ci rassegniamo alla fine di una vita.
© 2012 Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – 28 ottobre 2012

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