Ieri c’era Al-Qaeda, oggi ci sono Mujao, Ansar Dine, Aqmi, Mujwa, al-Shabab, Boko Haram. Come se, tagliata la testa del mostro del terrorismo islamico, fossero aumentati i tentacoli.
Sui giornali fioriscono le sigle, specialmente in questi giorni, dopo l’operazione algerina, ma non è che trovato il nome, spiegato il problema. «Non è così semplice – spiega Stefano Allievi, docente di sociologia all’università di Padova ed esperto di Islam -, perché queste sigle si mescolano continuamente e i combattenti non hanno molte difficoltà a passare dall’una all’altra. Non si tratta di movimenti accomunati dall’aver condiviso la lettura di testi rivoluzionari. Sono gruppuscoli che vivono e perseverano sull’inesistenza dello stato come struttura, sulla mancanza di presenza della società civile e sul mancato sviluppo economico. Gli è funzionale un assetto di potere che permetta loro di arricchirsi: sono dediti al traffico di stupefacenti, al contrabbando di sigarette, al rapimento, e anche – in Afghanistan, per esempio -, al traffico di prodotti rivolti alle truppe occidentali. Sono strutture terroristiche intermedie, certamente non efficaci come al-Qaeda e con minori mezzi, ma radicate nel territorio, in un contesto conflittuale a causa della presenza di risorse petrolifere, ricchezze minerarie, traffici di uomini e diamanti e lotte tribali. A dar loro man forte dal punto di vista ideologico, ci pensano gli intellettuali musulmani di ritorno dalle università dell’Arabia Saudita. Hanno mogli velate (tradizione estranea all’Africa) e predicano il rigore moralista (che mette insieme, in un mix esplosivo, omosessualità, consumo di alcolici e pornografia) e la lotta politica anti-occidentale. Il Mali, per esempio, l’abbiamo sempre considerato l’ultimo Paese influenzabile dalle ideo- logie islamiste. Aveva un Islam Sufi aperto, tollerante, dialogico. Ma quando il malessere tribale si mischia con l’ideologia, il risultato è la radicalizzazione. Su tutto questo, si innestano i conflitti mai risolti, come quello palestinese, o le ingiustizie mai sanate, seguite alla guerra in Iraq».
La morte di Bin Laden, quindi, possiamo considerarla una sorta di spartiacque.
«Sicuramente è venuto a mancare un simbolo. Ma bisogna dire che neppure al-Qaeda era una struttura omogenea, né gerarchica, né verticistica. Bin Laden non era a capo di una catena di comando. C’erano delle strutture autonome con qualche riferimento ideologico comune, fondato sul Corano, ma che soprattutto si riconoscevano in un unico obiettivo, un obiettivo peraltro distruttivo, colpire l’Occidente. Diversi attentati rivendicati da al-Qaeda, sono stati fatti propri in seconda battuta, non erano stati decisi da un vertice. Tutto questo ha funzionato e bene finché il paradigma interpretativo era quello del conflitto di civiltà: l’Islam come grande satana, il mondo del bene che combatte il mondo del male, la crociata antislamica di Bush… Ed era speculare. Un pezzo di mondo per un bel po’ di tempo ha vissuto dentro questo paradigma, che oggi ha perso il suo fascino. D’altronde, l’efficacia dei messaggi radicali sta nell’avere un nemico potente. Finché il nemico c’è, è facile, quando viene a mancare, la rottura è inevitabile. Perché anche l’ideologia subisce le interpretazioni e la divisione dell’Islam risale alla successione di Maometto».
Quali sono i motivi del cambiamento?
«Le operazioni occidentali, dalla guerra in Iraq a quella in Afghanistan, si sono dimostrate un completo fallimento. Ma ci sono stati disastri anche da parte islamica; abbiamo detto dell’uccisione di Bin Laden, ma possiamo citare anche il Pakistan, che non è più un santuario di terroristi. Spento l’iniziale entusiasmo dovuto alle Torri Gemelle, anche nell’Islam radicale sono cominciate le riflessioni sull’efficacia, ma anche sulla bontà di questi mezzi. Il qaedismo non è riuscito a trascinare dietro di sé il mondo arabo. E Obama ha portato al potere una politica diversa: mano tesa all’Islam e pugno di ferro contro il terrorismo. Quando ci siamo accorti che c’è anche il musulmano buono, inevitabilmente è iniziato un nuovo ciclo. Le primavere arabe ci hanno mostrato che il mondo islamico è diverso da quello che pensavamo. Perché quelle popolazioni si sono ribellate in nome della libertà, della giustizia, contro la corruzione, non in nome della shari’a o del fanatismo. Ce l’hanno sbattuto in faccia, a noi che fino all’ultimo momento abbiamo sostenuto i loro dittatori».
Quanto conta il fattore religioso?
«La religione c’entra, perché effettivamente la chiesa viene bruciata, ma non è l’origine, non riguarda l’analisi del problema, è un buon modo per mobilitare le persone. I cristiani vengono considerati alleati impliciti dell’Occidente. La religione, quindi, viene usata come giustificazione del conflitto, è la logica del capro espiatorio, che non produce nulla di buono, ma fa notizia. Poi magari si scopre che nello stesso villaggio ci sono forme di collaborazione tra prete e imam, che ci sono coppie miste, che nelle scuole vanno cristiani e musulmani, ma queste cose fanno meno notizia. Quando sono stati ammazzati i monaci di Tibhirine, il cordoglio dei musulmani è stato enorme».
Il futuro?
«Il futuro va pensato. Se invece di questa insensatezza globale delle operazioni militari che stiamo finanziando, si cercasse lo sviluppo economico, si aiutassero a crescere le società civili, si produrrebbe un tipo diverso di élite. Invece, le risposte, anche europee, alle primavere arabe sono state, prima di difendere fino all’ultimo l’indifendibile, poi di lasciarli soli. Ma fai due gemellaggi con l’università, costruisci due ospedali e li aiuti a ricostruire la nazione. Invece, dalla conferenza di Berlino, all’Africa abbiamo continuato a creare problemi, tracciando i confini degli stati con matita e righello. La politica estera non è improvvisazione – c’è un problema in So- malia, andiamo lì e facciamo qualcosa -, è studio, riflessione, analisi. Il futuro si immagina nella misura in cui si fa lo sforzo di immaginarlo, con accordi commerciali, educativi, investimenti, progetti. Sennò oggi è il Mali, domani sarà un altro Paese, e continueremo a non avere imparato nulla».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – 27 gennaio 2013

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