«La pace si allontana»: è il commento di don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi (Movimento cattolico internazionale per la pace), dopo l’esito delle elezioni in Israele. «Il calo di consensi a Netanyahu è la notizia più rilanciata dai media, ma per me fondamentale resta la censura che i partiti – tutti – hanno fatto della questione principale, ovvero la soluzione del conflitto israelo-palestinese. È tornata alla ribalta, invece la questione sociale. La nuova Knesset (il parlamento) dovrà fare i conti con le tende di Tel Aviv, perché la situazione sociale è pessima. Tuttavia, queste tende non sono rappresentative della sinistra israeliana che, invece, è ridotta al lumicino. Ma, al di là di tutto questo, ciò che più mi colpisce è che si è parlato e si parla di elezioni come se Israele fosse uno stato qualsiasi, quando invece c’è occupazione militare e apartheid. Speriamo che Obama, al secondo mandato, adesso sia più libero per forzare il governo israeliano. Con l’inserimento della Palestina nell’Onu come stato osservatore, non si può non vedere che il mondo lancia dei segnali. E che è urgente riprendere il processo di pace».
Su questo riflettiamo con la giornalista e storica Paola Caridi, analista di politica internazionale. Alla luce delle appena concluse elezioni israeliane, che significato assume questo riconoscimento?
«È importante dal punto di vista simbolico, per il resto non cambia nulla. Le colonie israeliane aumentano; Netanyahu ma anche Lapid, vera rivelazione di queste elezioni, dicono che Gerusalemme è israeliana e che pertanto possono costruire dove vogliono. Dall’altra parte, resta irrisolta la frattura tra i palestinesi, frutto anche di un dato di fatto: Gaza è fisicamente staccata dalla Cisgiordania, perciò la riconciliazione tra Hamas e Fatah è lontana. Tuttavia, quello è il primo riconoscimento ufficiale, da parte della comunità internazionale, dell’esistenza della Palestina come entità statale, quindi serve a porre la questione. E poi serve all’autorità palestinese come strumento di pressione per paventare a Israele la minaccia del ricorso alla Corte Penale Internazionale per aprire indagini su eventuali crimini commessi da Israele durante l’interminabile conflitto. Il problema è chi ha infranto le regole. Sono stati i palestinesi con gli attentati terroristici, oppure sono stati gli israeliani contravvenendo agli accordi di Oslo con la costruzione delle colonie? E chi non segue le regole, dev’essere sanzionato? Ci sono già dei rapporti Onu sull’operato di Israele che fanno intravedere l’accusa di crimini di guerra. Per il muro Israele è stata condannata, ma non è cambiato nulla, il muro è ancora lì».
In campagna elettorale non si è parlato della soluzione dei due stati.
«Non è più una questione di territorio, quanto di identità. Soprattutto nelle frange giovanili, è tramontata l’idea di uno stato di Palestina nei confini del ‘67. Oggi si parla di identità transnazionale, perché nella discussione ci sono dentro la Cisgiordania, ma anche Gaza, Gerusalemme est, i campi profughi, la diaspora, i palestinesi con cittadinanza israeliana… C’è maggior complessità. Come si gestisce? Facciamo l’ipotesi dello stato unico. I palestinesi che diritti avrebbero? Quelli di ciascun cittadino viene da dire ma, se questo succedesse, Israele perderebbe la sua identità ebraica, allora diritti per tutti, ma tutelati in maniera diversa. Questo sarebbe possibile nel migliore dei mondi possibili. Quel che è certo è che Oslo è morta e la paventata soluzione dei due stati così com’era stata posta, oggi non è più praticabile. Allora, largo alla fantasia. Gli stessi giornalisti, gli intellettuali, i politici, i diplomatici… sono stati per tanto tempo fermi a discutere se fosse possibile spostare un muro più in là di qualche centimetro, oggi tutto questo è superato dalla situazione sul terreno. La cosa positiva è che finalmente si può cominciare a parlare di questioni serie, ovvero del futuro dei due popoli».
Protagonista, invece, della campagna elettorale è stata la questione economica. Qualcuno mette in discussione le esorbitanti spese militari per la sicurezza, oppure è solo un problema di caro-affitti?
«Poche migliaia di persone protestano per le spese militari, sono una nicchia, direi che è il fronte classico del pacifismo. Il grosso della popolazione, magari avverte che, anche da parte dei politici, si gioca un po’ sulla sicurezza, ma questo è un tasto talmente sensibile che non se ne parla. È opinione comune che Israele sia circondata e debba difendere sé stessa. Sono paure reali, ma bisogna anche pensare che si tratta di una popolazione che non conosce il suo vicino. Mentre a Gerusalemme israeliani e palestinesi si devono vedere per forza, nel caso di Tel Aviv, per esempio, o di altre città, il palestinese è uno sconosciuto. Questo fa sì che non ci si ponga neppure il problema di un’alternativa alle spese militari. E poi queste spese fanno parte di una gestione dell’economia a sé stante. Dagli accordi di Camp David, tanto Israele, quanto l’Egitto vivono su un contributo enorme da parte degli Stati Uniti destinato alle spese militari, sostenute, peraltro, anche dall’Italia. Questo non significa che nel movimento delle tende non vi sia chi contesta le spese militari, ma non si tratta di una sinistra pacifista – tanto che ha fatto vincere i centristi -, è un movimento di disagio. È stato accusato di non occuparsi della pace con i palestinesi. Io credo che oggi il problema serio della società israeliana sia riflettere su sé stessa, sulla propria identità, su che tipo di sviluppo vuole; stabilito questo, potrà far la pace con il suo vicino».
Dai titoli di alcuni giornali si evince che questa è “La Knesset più religiosa della storia”. E io che credevo che in Israele gli ultraortodossi non fossero ben visti e che la popolazione fosse più orientata alla secolarizzazione.
«Questo errore di fondo è comune, dipende dall’immagine di Israele all’estero. In Europa, le riviste patinate – grazie anche al marketing dell’ufficio del turismo israeliano – diffondono l’idea di una società laica, secolarizzata, nelle foto le spiagge di Tel Aviv sembrano quelle di San Francisco. In realtà, si sta verificando proprio il contrario. Nei dieci anni in cui ho vissuto in Israele, molti quartieri laici si sono ortodocizzati. Ma non bisogna ricondurre tutto agli ultraortodossi, che sono solo una parte della dimensione religiosa della società, la quale è molto più frastagliata. C’è, per esempio, un settore che non si può dire né laico, né ultraortodosso, ma molto ligio ad alcuni precetti della fede. Le donne hanno il capo coperto e la modestia è il punto centrale del loro vestire. Lo stesso Lapid ha dovuto “attenuare” il suo essere laico, e ha posto in lista, come secondo, il rabbino Shai Piron, che esprime un tipo di religiosità ortodossa. Purtroppo, la stampa tende a semplificare. Noi abbiamo un’immagine di Israele come di una sorta di dependance dell’Occidente, ma Israele è Medio Oriente, essa stessa vive questo non sentirsi parte dell’Oriente, e ritenersi Europa (soprattutto gli ebrei russi), ma le dinamiche sono quelle medio-orientali, con una forte spinta verso la religiosità, come accade nei Paesi a maggioranza musulmana, ma anche nella maggioranza palestinese che vive in Israele».
Per quali motivi?
«Si potrebbe dire che gli ultra-ortodossi fanno più figli, ma non è solo una questione demografica. Sono i nuovi immigrati, neoconvertiti, i più spinti verso l’ortodossia. Un’ortodossia che si lega alla radicalizzazione politica. Sono esponenti delle comunità ebraiche, spesso americane o francesi; a casa loro sono laici poi, dopo una riflessione sulla propria fede, decidono di andare a vivere in Israele. Chi sceglie le colonie della Cisgiordania è spesso figlio di queste dinamiche. Giovane laico che ha ritrovato la fede, si converte, e va a colonizzare quella che ritiene essere la terra di Israele e che invece oggi è Palestina, perciò è particolarmente arrabbiato nei confronti dei palestinesi, ed esprime questa rabbia con attacchi, incendi di auto, sassaiole e pestaggi».
© 2013 – Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – 3 febbraio 2013

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