Un’altra Scampia è possibile

«La cristianità è fatta di Dio Padre, non di tanti padrini. Chi fa parte di mafia, camorra, n’drangheta, non può considerarsi un buon cristiano». È risoluto padre Sergio Sala, della comunità dei gesuiti di Scampia, quartiere di Napoli, diventato sinonimo di illegalità, abusivismo e prevaricazione. Ma per padre Sergio – la cui comunità sta proprio in mezzo a uno dei luoghi a più alta concentrazione mafiosa – un’altra Scampia è possibile. «Se un ragazzo studia e poi impara un lavoro, può avere delle chance. Lo sforzo più grande è spingere i ragazzi a studiare. Non è facile convincerli che è meglio aspettare, trovare un lavoro e accettare di guadagnare in un mese, meno di quello che possono ottenere in una sola notte, facendo il palo. E non è solo una questione di guadagno facile. Influisce molto anche la pigrizia: studiare costa fatica e quella della professionalità è una strada lunga».

La camorra vi preoccupa? In fondo, siete su fronti contrapposti, siete quelli che cercano di sottrargli potenziale manovalanza.

«Magari fossimo capaci di un lavoro così capillare da sottrarre tanti ragazzi al malaffare. Invece, siamo ben lontani da poter scalfire, anche minimamente un sistema così complesso. Non siamo così scomodi da pensare che ci vogliano eliminare. Un po’ di fastidio l’abbiamo dato, qualche minaccia è arrivata. Ma eliminarci vorrebbe dire correre dei rischi, non so se per loro il gioco valga la candela. Ma il martirio di padre Puglisi dev’essere per noi un faro illuminante; la Chiesa deve contemplare il dono del martirio. Ognuno di noi – me compreso – dobbiamo avere nella prospettiva anche questo, come logico completamento di un’azione fatta. Non ci sentiamo in pericolo di vita. Certo, se venissimo a conoscenza di un fatto che solo noi possiamo denunciare, ci assumeremmo la responsabilità di agire come avrebbe fatto Cristo. Qui la difficoltà più grossa si chiama inefficienza. I ragazzi non hanno famiglia – anche molti dei bambini che vengono da noi sono figli di genitori con problemi di giustizia -, sono depressi, stanno chiusi in casa a perdere tempo con i giochi elettronici, non hanno prospettive o pensano di non averne. Ci sono scuole di ogni ordine e grado, a breve anche l’università, ma la scuola non è in grado di arginare la dispersione scolastica, la sanità funziona male, i politici sono corrotti o personaggi di ben poco spessore».

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 19 maggio 2013

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