Madurai: un brulicare di “formichine operaie”

Giro, guardo, scorgo, annuso. Soprattutto annuso, perché vicino ai rigagnoli la puzza è insopportabile. Anche a Chennai, nonostante sia una città di “respiro” internazionale. Mi sono trasferita da Madurai, nel Tamil Nadu, e il panorama è completamente cambiato. Chennai, in passato conosciuta col nome di Madras, è il capoluogo del distretto omonimo. Otto milioni di abitanti o forse più; l’incertezza è d’obbligo nei Paesi dove l’anagrafe non tiene il passo con la crescita demografica. Chennai è un grosso polo di attrazione per l’industria occidentale alla ricerca di operai a basso costo. Infatti qui si vedono molti stranieri e le ragazze indiane indossano i jeans. Impensabile a Madurai, dove alcune studentesse sono state multate per essere andate a scuola con la t-shirt, invece che con il tradizionale salwar kameez (tipici pantaloni stretti con sopra una lunga casacca). A Madurai vige il commercio al dettaglio, con i venditori che trascinano i loro carretti carichi di ogni cosa e con le bancarelle che tracimano. Non esiste suddivisione tra i prodotti: la frutta secca convive con i detersivi, le banane con le viti. A Chennai tutto questo lascia spazio ai centri commerciali, ai grandi alberghi e alle catene internazionali: Reebok, Benetton, i colossi informatici, della telefonia…
“Luccica” la strada che porta a Marina Beach, la spiaggia che fu travolta dallo tsunami del 2004, ma che oggi ha ripreso a vivere. Ma anche lì, sulla sabbia, sempre e solo indigeni, un brulicare di famigliole, i bambini sulle giostrine, in mano una frittella. Aria di normalità. Gli stranieri sono soprattutto uomini d’affari; lungo la strada non si vedono. Escono da alberghi lussuosi in taxi e in taxi ritornano. Nessun contatto umano, nessun “imprevisto locale”. Mi chiedo se capiscono dove sono o se per loro la dignità di un Paese si misura sulla base dei contratti che riescono a concludere. E così, mentre giro a piedi o in autobus, nonostante Chennai sia una città, continuo a destare la curiosità della gente, soprattutto delle ragazze. Perché i capelli biondi e la pelle chiara restano una rarità. Passeggio fino al tramonto, poi ecco il nemico invisibile, subdolo. Maledette zanzare, piccole, non le vedi, silenziose, se ne fregano dei repellenti. Senza che te ne accorgi, ti ritrovi piena di bubboni. L’incidenza della malaria è diminuita, ma non è da sottovalutare.

Poco più in là, vicino alla ferrovia, c’è Gandhi Nagar (città di Gandhi), uno dei più popolosi slum di Chennai. Capito per caso, alla ricerca di una storia da raccontare e di qualche foto buona. Lo faccio sempre. Ma ogni volta che entro in uno slum (altrove si chiama bidonville, favela, barrio, o in maniera che a noi suona più delicata, poor neighborhood o township, ma è sempre lo stesso concentrato di umanità dolente), stento a credere ai miei occhi. Pensavo di avere visto abbastanza, invece al peggio non c’è mai fine. Korogocho a Nairobi, Chibolya a Lusaka, Medina Gounass alla periferia di Dakar, e adesso Gandhi Nagar a Chennai. Ne ho visti parecchi, tutti sovrappopolati, rumorosi, con alti tassi di criminalità (a Korogocho, il missionario che mi accompagnava mi ha impedito di scattare foto, perché là, per una macchinetta fotografica, non esitano a sparare), dove l’immondizia la fa da padrona. Anche a Gandhi Nagar, dove i carretti scorazzano trascinando il pattume. Si toglie da una parte e si deposita in un’altra. Quando piove – d’estate il monsone gonfia le strade -, nell’acqua alta galleggia l’inimmaginabile. La gente mangia, dorme e vive accanto a montagne di spazzatura e pozze di acqua stagnante. Una bomba epidemica. Mi addentro nei vicoli, mi affaccio sulle soglie delle case. Questo luogo è un pugno allo stomaco. Gli amici mi chiedono sempre se non ho paura a girare da sola. Paura, no, ho imparato a prestare attenzione, è la rabbia quella che mi attanaglia, che fatico a tenere a freno. Come si può vivere così? Come può essere che alcuni abbiano troppo e altri niente? Me lo chiedo ogni volta, ma la risposta non la trovo. La forbice si allarga. I ricchi sono sempre più ricchi – anche in India, tra le maggiori potenze economiche del mondo, ma dove di questo benessere hanno beneficiato in pochi – e i poveri sempre più poveri. Il sentire comune occidentale è: “Non hanno niente, ma sono più felici di noi”. Un’affermazione che non è nulla più di una banalità. È vero, di primo acchito questa gente sembra felice. Non ho trovato nessuno che piange la propria miseria. Cammino e ogni porta si apre, mi invitano a entrare, per loro l’ospite è sacro, le madri-ragazzine mi mostrano orgogliose i loro bimbi, qualcuna mi offre il chai, il tradizionale tè indiano. Lo bevo, è bollente, è buono, profuma di spezie, ma soprattutto di accoglienza, di apertura all’altro. È questo soprattutto il sapore che mi mancherà in Italia. Dove il condomino del primo piano non saluta quello del sottotetto. Felice questa gente? Proprio non lo so. Si può essere felici abitando in una baracca di lamiera, che, sotto il sole del mezzogiorno, diventa incandescente? Niente acqua corrente, niente luce. Si può essere felici dormendo su un materasso di fango? Eppure, la vita scorre. Alle 6 del mattino la luna cede il passo al sole e la gente comincia il proprio tran tran. Un brulicare di “formichine operaie” che ripara gomme, taglia la carne, aggiusta biciclette, cuce scarpe. Mucche pelle e ossa, accovacciate, si guardano attorno assonnate. Non si spostano quando passa una macchina. Tocca al driver fare manovra. Cani pidocchiosi vagano per i vicoli, di notte si azzuffano. I gatti rachitici cercano di stiracchiarsi, ma sono troppo deboli. E i bambini? Corrono scalzi affondando nelle fogne a cielo aperto. È il loro campo da gioco. Perché loro hanno diritto di giocare, anche qui. Abbellendo le miserie umane con i loro gridolini e le loro risate. Giocano i piccoli indiani, come tutti i bambini del mondo. Che riescano a sopravvivere a tutto questo imbruttimento, forse è un miracolo di Ganesha, il loro dio della buona fortuna.

© 2013 – Romina Gobbo

Testo inedito

Lascia un commento