Il sogno egemonico della Fratellanza Musulmana è tramontato. L’errore è stato non capire che anche un governo eletto dal popolo, e quindi democraticamente legittimato (lasciamo perdere la questione che da più parti è stata richiamata dei brogli elettorali), non può non tener conto delle istanze delle opposizioni, e dello stesso popolo da cui è stato eletto. Il problema è che cosa succederà adesso. Hazem El Beblawi è stato nominato premier del governo di transizione, mentre le elezioni saranno fissate per fine anno; tuttavia, nelle piazze non cala la tensione. Una guerra civile non è propriamente un’ipotesi campata per aria. La domanda da porsi è se democrazia e Islam sono conciliabili. Le correnti radicali ne denunciano l’inconciliabilità. Ma anche chi in Medio Oriente ha lavorato con vari ruoli, per quasi vent’anni, si dice perplesso.
«C’è in Egitto – ci dice la nostra fonte, che preferisce restare anonima -, ma più in generale nei Paesi islamici, una schizofrenia tra attenzione alla democrazia, allo sviluppo, quindi anche a una sorta di modernizzazione, e la dominante ideologica religiosa, che non ha senz’altro l’obiettivo di rendere l’uomo adulto, ma di ripresentare alle folle un prospetto di realtà legata al passato, in cui l’Islam è dominante, dove i governanti sono dichiaratamente islamici e vogliono il ripristino totale della legge islamica. D’altro canto, tutte le religioni partono dall’assolutismo, perché si è educati a vedere la propria come la verità assoluta; l’evoluzione della cristianità è stata quella di cominciare a vedere l’opera di Dio presente anche nelle altre culture, nelle altre religioni. L’Islam ancora non ha fatto questo percorso, se non in pochi ambienti intellettuali. Per il resto, la gente viene educata a difendere dai nemici interni – gli eretici – ed esterni – le altre religioni – l’Islam puro, in quanto rivelato da Dio. Ma sia sa quante guerre in passato si sono combattute in nome di Dio».
Chi si sta fronteggiando in Egitto in questo momento?
«Da una parte ci sono i Fratelli Musulmani (20-25% della popolazione, che si sentono usurpati nel diritto che hanno acquisito attraverso le elezioni. Piangono e si disperano e contrattaccano contro la forza che li ha estromessi dal potere. Dall’altra, quanti sono stati disillusi dal governo Morsi e le forze che non hanno mai veramente accettato un partito islamico. Le forze che appartengono al vecchio regime, per esempio (sono il 10% della popolazione: erano legati al potere economico e hanno visto da un giorno all’altro il loro castello crollare, e di questo accusano i Fratelli Musulmani), poi ci sono i gruppi di cristiani (15% della popolazione) che, a causa anche delle persecuzioni subite, nutrono una certa paura nei confronti dei musulmani. Infine, ci sono i giovani, che vogliono uno stato laico, non un regime dittatoriale, bensì una democrazia, vogliono un futuro per sé stessi e per il Paese. Molti di quelli che un anno fa avevano votato per Morsi, adesso ne hanno chiesto le dimissioni; ne erano stati abbagliati, anche il nome del partito Giustizia e Libertà, era stato una bella operazione di immagine, ma poi si sono dovuti ricredere».
Che futuro si può ipotizzare?
«Francamente, non lo so, sono molto incerto. Si è parlato di guerra civile, ma spero che non avvenga. Ho anche fatto una supposizione, che dietro a tutto questo ci sia un complotto da parte degli Usa. Loro hanno acconsentito il potere ai Fratelli Musulmani per farli uscire allo scoperto. La Fratellanza è sempre stata in clandestinità, una società segreta. Metterla davanti ai riflettori significa capire che cos’è veramente, quante persone coinvolge…».
Nelle scelte americane, non va dimenticato il peso di Israele.
«Certo. Non si può prescindere, qaundo si parla di quello che accade in Medio Oriente, dal connubio Israele-Usa e, più in generale, mondo occidentale. Noi occidentali ci sentiamo sempre molto più in sintonia con Israele che con i Paesi arabi. Facciamo fatica a comprendere la mentalità mediorientale, mentre Israele, anche attraverso le varie diaspore, è parte del popolo occidentale. Un rapporto che permette anche di tenere sotto controllo quanto sta succedendo all’interno di un territorio molto caldo».
L’Egitto oggi è al collasso. Ma già la prima piazza Tahrir è stata spinta dalla questione economica. Quanto male stava la popolazione di un Paese che, agli occhi del mondo, figurava solo come piramidi e belle spiagge?
«Qualche statistica personale, risalente a due anni fa: il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà, il 60% dalla povertà alla classe bassa; il 20% classe media; un altro 20% dalla media alla ricchissima (tra cui, comandanti dell’esercito, della polizia, politici…). Aggiungiamoci, che il 40% della popolazione è analfabeta. Quindi, la voglia di una vita migliore c’era tutta. È evidente che in una situazione di frustrazione, l’ideologia fa da connettivo al tessuto sociale e la religione come ideologia è una forza potente».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 14 luglio 2013

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