«Aver scelto “l’isola della speranza per tanti migranti” come primo viaggio è un segno profetico: papa Francesco ha voluto collocare il suo ministero in quel luogo, simbolo di povertà, di esclusione e di morte. È voluto andare di persona in quelle periferie di cui ha parlato spesso. È una Chiesa che si fa vicina ai poveri», è questo, secondo don Giovanni Sandonà, delegato delle Caritas del Nordest, uno dei nodi cruciali della visita a Lampedusa di papa Bergoglio.
In questo, secondo lei, ha giocato l’esperienza nelle favelas argentine?
«Per chi proviene dalle file dei gesuiti, la periferia è una scelta di vita. Ma non è solo una questione di esperienza personale, bensì di impostazione teologico-pastorale. Adesso, siamo agli inizi. Tutte queste scelte esigeranno una grande metabolizzazione nel modo di essere e fare Chiesa, che sarà tutt’altro che scontata e facile. Ci saranno forze che tenteranno di contrastare questa radicalità evangelica, perché così è sempre stato, e delle quali potrebbe essere vittima lui stesso. La radicalità evangelica, se non perseguirà un percorso credibile e coerente, travolgerà lo stesso Papa che la sostiene».
Finora ci sono stati alcuni segnali: il nome, il fatto di chiamarsi vescovo di Roma, la decisione di abitare a Santa Marta…
«Bisognerà vedere se questa coerenza riuscirà a intaccare e a rimodulare la struttura ecclesiale nella sua dimensione universale come in quella locale».
Si tratta di rompere col passato?
«No, perché questo Papa si pone in una profezia di spessore evangelico. E il Vangelo non è mai contro, ma è per. Non si tratta di buttare, ma di rendere diverso. Parlando di globalizzazione dell’indifferenza, papa Francesco ha recuperato la categoria biblica della sclerocardia (cuore indurito). Bisogna ripensare l’azione pastorale, nel senso di aiutare l’uomo a ritrovare sé stesso attraverso le relazioni con i fratelli, in un percorso biblico-antropologico di autentica umanità. Bisogna accompagnare la persona alla scoperta di sé, del Vangelo, del Cristo Risorto».
Perché ci siamo smarriti?
«Perché la Chiesa ha tanti secoli, la nostra è una cultura complessa, siamo di fronte a una soggettività, che spesso degenera in un soggettivismo autoreferenziale. Non dobbiamo meravigliarci. È un percorso normale per la Chiesa dentro la storia questo lasciarsi impolverare e incrostare».
Che cosa le è piaciuto di più di questa visita?
«L’impostazione che il Papa ha dato. Poteva porre l’accento su categorie psicologiche – la paura, la sicurezza, il diverso -, o categorie sociologiche – con un’analisi delle politiche migratorie -, o sul diritto internazionale – il ruolo dell’Onu, gli accordi fra gli Stati -, sulla politica – la questione del consenso, del potere, i diritti umani -, o sull’economia – il mercato, la crisi -. Invece, ha usato la chiave antropologico-teologica: “Vengo da discepolo di Cristo, conosco il volto di Dio e il cuore dell’uomo”. La stessa genesi è il frutto di un percorso di alleanza con Dio, attraverso cui l’uomo comincia a dare senso alla sua vita. E poi il Papa non si è preoccupato di giustificarsi per l’assenza delle istituzioni, così ha tolto forza a letture moraliste o conflittuali».
Questo gesto è particolarmente significativo per Caritas, che fin dagli inizi si è occupata dell’accoglienza ai migranti.
«Per noi questo viaggio è la conferma che il nostro è un agire pastorale. Una cosa è dire che la prossimità ai fratelli segnati dal bisogno, fragili o esclusi, è un percorso di coerenza, un’altra è dire che questa prossimità è dell’essere Chiesa. Significa che l’agire Caritas, l’animazione della prossimità, non è altra cosa dalla pastorale, non è altra cosa dalla missione della Chiesa, è essenziale. Si tratta di far risuonare dentro di noi la domanda: “Dove sei Adamo e dov’è tuo fratello?”, perché l’indifferenza, che tende a non voler vedere il diverso, c’è anche qua. Stiamo bene attenti a non battere le mani, spellandocele, al Papa a Lampedusa, se poi questa Lampedusa non proviamo a localizzarla anche dentro di noi, ciascuno dentro le proprie responsabilità».
Raccoglierà la comunità internazionale il grido del Papa o, passato il momento di entusiasmo collettivo, tutto tornerà come prima?
«Non credo che succederà granché. La nostra cultura è pervasa da un’amnesia congenita. Basta un altro fatto di cronaca e quello precedente passa nel dimenticatoio. L’indifferenza non è solo un fattore etico, ma anche culturale. Non credo che l’Onu, o chi per esso, si sia sentito sconvolgere da questo grido. Ma, d’altra parte, la profezia non è una realtà sulla quale il giorno dopo si devono fare i sondaggi per verificarne l’efficacia e il consenso. Bisogna anche saper accettare un percorso di Chiesa fuori dalle dinamiche di potere. D’altra parte, l’ossessione dei sondaggi e del consenso, è quella che blocca la politica nella sua capacità di essere proposta con- creta. Il risultato è l’attuale situazione europea. Un’Europa strutturata sulle banche, lontana dalla realtà. Pensiamo al discorso migratorio, che si è caratterizzato per l’individualismo degli stati, per la figura barbina fatta respingendo i profughi come fossero palline da ping pong, che non devono finire di rimbalzare nella propria zona campo. O l’Europa fa un salto di qualità, oppure, oltre a essere economicamente finita, rischia di implodere».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – 14 luglio 2013

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