Il rumore delle chiavi. Un cancello che si chiude dietro la schiena. Quanto è alto il prezzo della libertà? Un bene che si dà per scontato fino a quando qualcuno non te ne priva. È soprattutto questa – e non è poco – la durezza del carcere. Poi, a Vicenza, come altrove, ci sono i problemi legati al sovraffollamento (quasi 200 persone in più della capienza prevista), la fatica di vivere uno sopra l’altro, la promiscuità, le provenienze molteplici, spesso conflittuali tra loro, il personale non sufficiente, le risorse che si assottigliano. Tutti problemi oggettivi. Ma alla celletta, dove l’unica concessione all’essenzialità, è la foto dei figli, per chi li ha, forse ci si abitua. È alla privazione della libertà che non ci si abitua mai. Così come non si abituano mai i poliziotti penitenziari a vedere episodi di autolesionismo, gente sbudellata, o appesa al soffitto. Perché succede, si dice poco, ma succede. Si dice ancora meno – perché non è politically correct – che si suicidano più poliziotti che carcerati. La vita tra quattro mura, anche se in tutto fanno circa 3.000 metri quadrati, è alienante per tutti, da una parte e dall’altra delle sbarre.
Ma che ha fatto chi sta dietro quelle sbarre? Spaccio, rapina, omicidio, abusi. A Vicenza, c’è un po’ di tutto. Le case circondariali fungono da “discarica sociale”, dove chi ha una condanna definitiva divide la cella con chi è in attesa di giudizio. Il 75% sono immigrati. «Il posto che occupano nella società – dice il cappellano don Agostino Zenere – li porta a commettere reati che altrimenti non commetterebbero». Infatti, dicono i secondini, «alcuni quando arrivano, sono delle larve umane. Dobbiamo vestirli da capo a piedi, e hanno una fame atavica». Don Agostino assicura l’assistenza ai cristiani di fede cattolica, per i musulmani c’è l’imam e il ministro del culto per gli evangelici. Perché, per come va la giustizia italiana, non resta che pregare. Don Agostino lo ripete: «Là dentro c’è tutta l’emarginazione e l’esclusione sociale. Solo nel 4% dei casi, si tratta di reati gravi».
Con questa consapevolezza, la collega Marta ed io abbiamo incontrato alcuni detenuti. Sono a semicerchio, lo sguardo fisso su di noi e noi su di loro. Bei ragazzi, visi induriti dalla vita, ma occhi puliti, penetranti. C’è un po’ di sospetto da entrambe le parti, ed è logico che sia così. L’imbarazzo va rotto. «Come vi chiamate? Perché siete qui?» I reati non sono solo quelli “poco gravi”. Mentre si raccontano, è una sorta di crescendo: lo spaccio, la rapina a mano armata, il tentato omicidio fino all’omicidio vero, quello riuscito. Mi toglie il respiro. Ha gli occhi dolci, ma questo poco più che ragazzo, con una lucidità impressionante dice di aver ammazzato un familiare. Difficile non trasalire. Suvvia, meglio essere franchi con sé stessi. Inutile fingere buonismo. Un reato resta un reato. Se poi è efferato, uno scossone emotivo non si può evitare. «Non ci deve proprio pensare al reato – mi dice un ispettore -. Deve pensare alla persona. Il detenuto non esiste, è una definizione che si usa per facilitare la comprensione. Quella del detenuto altro non è se non una situazione temporanea, ma il confronto si fa con la persona». Alla luce di questo, non mi sembra più un grande passo quello che abbiamo fatto tempo fa come giornale, di sostituire la parola carcerato con detenuto.
Ma non è la prima volta che sento questo discorso. Me l’aveva detto anche un educatore del San Vittore di Milano, che con i detenuti/persone ha creato una band che incide un cd all’anno. «Chi viene da me per suonare, ha dentro un ritmo, è all’artista che penso, non a quello che ha fatto». Parola di uno che viene dalle favelas argentine.
Eppure, se non mi permetto di pensare che ho davanti dei delinquenti, non riesco ad andare oltre. Poi, se alzo lo sguardo, vedo persone, persone che hanno sbagliato, che stanno pagando per quell’errore. Pentiti? È una parola che non mi piace, che richiama delitti di altra natura. Meglio che siano “consapevoli” di quanto fatto, perché la consapevolezza è già di per sé un peso da portare, e «non dimenticate mai un pensiero per quanti avete danneggiato». Perché ogni crimine ha le sue vittime. C’è un muro di cemento fuori del carcere, che circonda un cortile, dove i detenuti spendono, passeggiando, l’ora d’aria. Ha un che di Alcatraz. Inasprire le pene è il leit- motiv di tante campagne elettorali. Un giorno, due giorni, un mese, un anno, trenta, l’ergastolo. Per chi sta fuori è sempre troppo poco, per chi sta dentro quasi non conta, perché la vita si è fermata sulla soglia, con nelle orecchie il tintinnio del mazzo di chiavi e alle spalle un cancello che si chiude.
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 14 luglio 2013

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