Rischio reazione a catena

Raccontare la Siria oggi è maledettamente complicato. Perché non c’è un nemico da una parte e un fronte di opposizione dall’altra; le parti in causa si sono moltiplicate. Le linee di scontro si sono intrecciate e sovrapposte; si sono aggiunte fratture politiche e religiose. È complicato perché non si riesce più a capire il vero casus belli. Perché dalla primavera si è passati all’inferno. Perché è diventata la terra dei rapimenti per eccellenza, da quelli noti (i due vescovi di Aleppo, padre Dall’Oglio…) a quelli della gente comune a scopo di estorsione da parte di bande di mercenari. Perché c’è chi dice “si stava meglio quando si stava peggio”. Perché l’uso delle armi chimiche non è ancora del tutto provato. E, mentre lo spettro dell’Iraq aleggia (oggi ancora di più, visto che gli attentati si susseguono, conseguenza di quello che sarebbe dovuto essere l’intervento americano risolutore), ancora non si capisce perché i centomila morti da armi da fuoco pesino meno dei 1.400 (stime dei ribelli) colpiti dalle neurotossine. La questione si ingarbuglia sempre di più. Perché il fronte contro Assad non è compatto e le milizie jihadiste in certe zone la fanno da padrone. Perché la comunità internazionale finora si è mossa come un elefante in una cristalleria. Ma adesso soffiano venti di guerra. Obama ha, infatti, incassato l’approvazione del Senato Usa all’intervento militare. Su tutto questo, la certezza. Bombardare la Siria significa innescare una reazione a catena, che rischierebbe di mettere a ferro e fuoco tutto il Medio Oriente. Ecco perché papa Francesco chiede con forza la pace, ed ecco perché sempre più voci si alzano per aderire alla sua proposta, per fare di sabato 7 settembre una giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace.

Ma prima bisogna far capire che cos’è la guerra in Siria. Stragi, esecuzioni, deflagrazioni, un popolo che soffre, stava bene e oggi è costretto alla fame, scuole chiuse, energia elettrica che si inter- rompe, il costo della vita triplicato, spostarsi non è sicuro, bande armate e check point impediscono di muoversi. In questa situazione, va sottolineato il coraggio di chi resiste. Sono ancora lì molti nostri religiosi e religiose, che, pur vivendo nella paura, non se la sentono di abbandonare la gente. Il futuro è un’incognita. Chi è riuscito a scappare dalle zone più colpite, vive da profugo.

A giugno, ho visitato il campo di Bab al-Salam, al confine con la Turchia, con i volontari della onlus Time4Life, guidata dalla presidente Elisa Fangareggi, giovane donna instancabile e anche un po’ inconsciente. Ma chi tra di noi non lo è? L’incoscienza ci vuole tutta per ficcarsi dentro a una situazione fortemente sconsigliata dalla Farnesina, perché gli stranieri sono un boccone ghiotto per chi aspira a quattrini facili. 1.000 chili di latte in polvere e parecchi scatoloni di medicinali da distribuire al campo sono la manna che Elisa porta con sé. Una fatica immane, perché sono aiuti che basteranno sì e no per un mese, poi bisognerà tornare, e poi ancora e ancora. Ma la frontiera è porosa; nessuno ci ferma, così come nessuno ferma le armi, che dai 13 valichi con la Turchia passano alla grande. Il giornalista in Siria è un testimone scomodo, perché racconta quello che non si vuole che si sappia. Ma un giornalista non può chiudere gli occhi. Così ci lasciamo il campo alle spalle, direzione Aleppo. A 5 minuti c’è A’zaz, la prima città liberata dal Syrian Free Army; è una città fantasma, solo macerie e crateri provocati dai missili. A’zaz vanta un glorioso passato: proprio qui, nel 1125, le forze degli stati crociati al comando di re Baldovino II di Gerusalemme, sconfissero l’esercito dei turchi selgiuchidi. Percorriamo la strada a gran velocità. Ci inseguono sguardi smarriti di ragazzini, che vendono bombole di gas o qualche pacchetto di sigarette e ci accompagna una fitta nube di fumo bianco; si combatte ancora, ma la minaccia più grande viene dal cielo, l’aviazione di Assad. Arriviamo fino alla periferia di Aleppo. Hayyan e Hreitan sono altre due cittadine distrutte. La seconda è una sorta di quartier generale dell’esercito libero. Non ho ben capito se significa che è più o meno sicura di altri luoghi. Meglio non indagare. Ma l’ospite è sacro; ci invitano a pranzo. Le deflagrazioni sono continue, il rumore assordante dà fastidio alle orecchie; le bombe cadono poco lontano, la casa trema. Per me è una breve parentesi, per i siriani è la normalità. Pensiamoci.

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – 1 settembre 2013

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