«La diversità è benedetta da Dio. Ce lo dice la storia sacra. Sara spinge Abramo ad unirsi ad Agar per avere almeno un figlio». Sì, ma questo crea ben presto anche qualche problema. «Certo, perché le diversità che facciamo più fatica ad accettare sono quelle dei nostri familiari. È sorprendente che non impariamo nemmeno dalla nostra esperienza. La vita è complicata e se non maturiamo, ci lasciamo andare al conflitto». Parte da qui l’analisi che il professor Paolo Branca, docente di Islamistica all’università Cattolica Sacro Cuore di Milano, proporrà al 46° Convegno sui problemi internazionali, intitolato Laicità e libertà religiosa, che si terrà alle Fonti di Recoaro Terme, dal 13 al 15 settembre, organizzato dall’Istituto di scienze sociali “N. Rezzara” di Vicenza.
Professore, che cosa significa davvero libertà religiosa?
«La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo l’ha collocata nelle premesse, poi è citata nella Costituzione italiana. Le leggi sono fatte per garantire diritti minimali, per vedere come vengono percepiti e vissuti dalle persone. Però se il concetto è solo quello della tolleranza, non va bene. Dobbiamo aggiungerci qualcosa in più: l’apprezzamento delle cose positive che possono venire dalle diversità, e soprattutto dalle altre religioni. Se le guardiamo dal punto di vista teologico, ognuna dichiara la propria verità assoluta, e non sembra che possano convivere. Invece, la religione è anche un’esperienza, legata alla storia, ai luoghi. È la volontà di Dio, che non ci ha voluti tutti identici».
Libertà religiosa significa sostanzialmente libertà di credere?
«Libertà di credere, ma anche libertà nel credere. Se io credo in un modo dogmatico, fondamentalista, sto tradendo i principi stessi della religione a cui dico di aderire, e questo mi impedisce di trarne tutta la positività che invece potrebbe venirne. Non sarò felice e contribuirò a guastare la felicità pure agli altri».
Perché quando si pensa all’integralismo, lo si associa sempre all’Islam, quando correnti radicali ci sono in tutte le religioni?
«Perché il radicalismo islamico è legato a un periodo storico molto travagliato; è una civiltà che da tempo ormai sta passando una profonda crisi, e questo attira l’attenzione. E poi per la nostra cattiva coscienza. Noi con le guerre mondiali, i gulag, i lager…, abbiamo fatto cose allucinanti, anche in nome della religione. Ma oggi l’Islam è considerato il nemico globale contro cui mobilitarci e questo ci impedisce di avere un rapporto sereno con i musulmani. Ma non c’è sempre stato antagonismo, ci sono stati anche momenti di fecondazione culturale reciproca. San Francesco ha avuto un atteggiamento diverso, ha viaggiato in Oriente e ha incontrato il sultano Malik al-Kamil. È importante che ciascuno non si lasci andare alle sue paure, ma sia propositivo con sé stesso e con gli altri, altrimenti si verificheranno scontri, lutti, vendette. E poi c’è una responsabilità dei media nell’identificazione Islam-terrorismo. Se un musulmano uccide la figlia perché indossa la minigonna, finisce in prima pagina, mentre il positivo non viene valorizzato, è completamente assente dalle notizie».
Rifacendoci al titolo del Convegno di Recoaro, possono andare d’accordo laicità e libertà religiosa?
«Laicità è un termine che va contestualizzato. Anche in Occidente non c’è un’unica laicità. Francia, Inghilterra, Stati Uniti, hanno modelli diversi. Noi abbiamo il Concordato. La laicità alla turca è un modello interessante. La laicità non è anti-religiosa, dovrebbe valorizzare tutte le religioni nel loro ambito. D’altra parte, noi identifichiamo i musulmani con gli arabi, ma all’Islam afferisce un miliardo e mezzo di persone. Il Senegal, Paese musulmano, ha avuto come primo presidente un cattolico».
Lo Stato italiano non ha ancora firmato l’Intesa con l’Islam. Se ci fosse questa firma, farebbe la differenza?
«Non capisco perché dobbiamo fare il concordato con tutte le religioni, basterebbe una vera legge sulla libertà di coscienza. In Italia ci sono 700 moschee anche senza intesa; purtroppo, sono nascoste nei seminterrati, mentre è bene che siano alla luce del sole, ben amministrate. Il no alle moschee è solo ideologico, perché in realtà ci sono, non si può impedire alla gente di pregare. Non vedo l’utilità di questa chiusura preconcetta, tanto quello che non gestiamo, finiamo per subirlo. Questo razzismo è frutto di una visione limitata, come se fosse l’altro all’origine dei tuoi problemi. È evidente che non siamo più un Paese cristiano, ma ce ne accorgiamo solo quando incontriamo altri che seguono precetti che noi abbiamo abbandonato».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – 15 settembre 2013

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