Cambiano gli interessi in gioco. Cambia lo scacchiere mondiale

Ascoltarlo è un piacere. Sintetizzare fenomeni particolarmente complessi è una dote non comune. Ma Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro- Asiatici all’Università di Pavia, si districa benissimo tra Nord-Africa e Medio-Oriente, i luoghi “caldi” della geo-politica. Lunedì 7 ottobre, ospite del “Primolunedìdelmese”, coordinato dall’associazione “Alternativa Nord-Sud per il XXI secolo (ANS-XXI onlus)”, il professore ha sviscerato primavere arabe, vecchi e nuovi protagonismi regionali, guerre, scontro fra superpotenze, interessi in gioco.

La tragedia di Lampedusa ha brutalmente dimostrato che l’immigrazione non può più essere considerata un fenomeno contingente, ma un processo destinato a durare nel tempo.

«Un evento di queste dimensioni può dare l’impressione di un fatto unico, perché si tratta della fuga di disperati, più che di un vero e proprio processo migratorio. Però sappiamo che questo fatto appartiene a un processo in atto da anni, che non riguarda solo le coste italiane e non riguarda solo il nord Africa; in Europa, i flussi migratori sono prevalentemente originati da est e non da sud. Non si agisce in maniera consona perché non viene valutato fino in fondo il fenomeno nella sua origine. Questa è una dimensione del problema di chi controlla i flussi della manodopera, la quale, dall’epoca coloniale in poi, viene spostata spesso per non spostare le attività lavorative. Nel sistema globalizzato, il Nord ha bi- sogno di manodopera, sia per sostituire le classi mancanti – per la diminuzione demografica -, sia per calmierare i costi del lavoro. La stessa migrazione, dal sud o dall’est, si è in parte adattata alle occasioni di lavoro, tanto che, a causa della crisi, negli ultimi anni, si sono verificati parecchi rientri. E i flussi migratori, in effetti, sono diminuiti».

Ogni tanto c’è chi torna a parlare di invasione, ma forse non sa che le maggiori migrazioni avvengono altrove.

«Soprattutto in termini numerici, il grosso dell’emigrazione è all’interno dei continenti sottosviluppati. In termini percentuali, è la popolazione africana quella che si sposta di più; ma, nella stragrande maggioranza, si tratta di migrazioni che avvengono, o all’interno dello stesso Paese, oppure da un Paese all’altro, attraverso confini, in parte porosi. Negli anni ‘90 nell’Africa centrale, in pochi giorni, 2 milioni di persone sono passate dal Rwanda e dal Burundi al Congo orientale. Sono numeri al di fuori della nostra stessa immaginazione».

Da più parti si chiama in causa l’atteggiamento dell’Unione Europea, che sembra disinteressarsi di quanto avviene nella sua frontiera sud.

«Recentemente, a dimostrare l’imperizia, o se vogliamo anche un po’ la malafede dell’Unione Europea, è che, dopo che si sono verificati i fatti conosciuti come primavere arabe, ha emanato un documento sulla revisione dei rapporti fra Europa e area nordafricana, in cui, parlando di emigrazione, fa riferimento a una futura politica dei visti che favorisca l’accesso di studenti, studiosi, professori e uomini d’affari. Sembra quasi che la Ue auspichi una fuga di cervelli, rispetto alla quale è disposta ad aprire, ma non a trovare un modo affinché ci sia un’immigrazione legale da sud a nord. Qualcuno ricorda che la nostra storia europea, dal secondo dopoguerra, è stata caratterizzata dalla dislocazione di milioni di persone da est verso ovest – molto più di  quello che sta avvenendo oggi -, che ha sostanzialmente cambiato il panorama demografico dei Paesi dell’Europa centrale. E questo è stato considerato un fatto positivo per l’evoluzione dell’economia. Bi- sogna, perciò, prendere atto che il fenomeno migratorio è in corso, che le stesse esigenze dei mercati occidentali lo rendono destinato a continuare».

Molti fuggono dalle nuove aree di crisi: Siria, Egitto, Eritrea. Che ne è della politica estera americana?

«Se prendiamo il recente episodio dei rapporti fra Stati Uniti e Siria, se ne può dedurre che la minaccia dell’intervento americano doveva avere soprattutto un effetto dimostrativo. Gli Usa sono più o meno decisi a non considerare più il Medio Oriente come un teatro prioritario. Si stanno rendendo autonomi dal petrolio mediorientale, tanto che nel 2012 ne hanno consumato il 60% in meno, rispetto al 1973. D’altra parte, credo che sia stato evidente l’insuccesso americano negli ultimi 10 anni, a cominciare dal tragico episodio della guerra in Iraq che, sostanzialmente, ha destabilizzato uno dei più importanti Paesi del Medio Oriente e ha dato dei vantaggi tattici e strategici all’Iran, al punto da indurre Obama a rivalutare il nemico storico, come un possibile partner. Ma per gli Usa, Iraq e Afghanistan non sono niente al confronto dell’importanza dell’Egitto, di cui – dopo l’esperienza della Fratellanza al governo, dopo il colpo di stato e l’avvento dei militari -, non sappiamo quale sarà l’evoluzione, anche se possiamo prevedere che persisterà una certa instabilità. Il presidente di fatto, Al-Sisi, sembra mosso da sentimenti nazionalisti molto stretti. E questo lascia poco spazio agli americani, anche perché l’1,3 miliardi di dollari che gli Usa danno annualmente all’esercito egiziano non sono niente rispetto ai soldi che lo stesso esercito può avere dai Paesi del Golfo. Israele non dà più retta agli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha ormai una propria politica estera. Se gli americani avessero attaccato la Siria – con il rischio di un altro Paese musulmano arabo destabilizzato -, avrebbero avuto degli effetti molto negativi a livello di immagine. Questo non significa che abbiano perso la loro posizione sul piano internazionale, ma forse la vicenda siriana ha messo in luce che il multipolarismo è destinato ad avere la meglio».

 

© 2013 – Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – 12 ottobre 2013

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