«Ma è mai possibile che ci prenda sempre di sorpresa»?. Me lo disse qualche tempo fa la regista Francesca Archibugi, parlando del terremoto in Umbria, su cui lei aveva realizzato un docu-film. Perché poi c’è stato l’Abruzzo. «Ti viene da pensare che, se tra dieci anni ricapita, saremo ancora impreparati». L’Italia funziona così. Non c’è destra, non c’è sinistra, ammesso che queste posizioni significhino ancora qualcosa. La non lungimiranza (pressapochismo?) è bipartisan. Si preferisce infervorarsi su quisquilie personali – complici i salotti televisivi – e i problemi restano tali.
Ventimila morti sotto quel Mare Nostrum che, diceva lo storico Fernand Braudel, “Non è un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non è un mare ma una successione di mari. Non è una civiltà ma diverse civiltà sovrapposte”, e, aggiungo io, “il centro dell’incontro dei monoteismi”, probabilmente non basteranno. Non è bastato il grido di papa Francesco, nonostante la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, leitmotiv della sua visita a Lampedusa – lo scorso luglio, quindi non è passato molto tempo -, sia diventata notizia globale. Eppure, tanto pathos – ancora una volta bipartisan -, ma niente di fatto. Me l’aveva detto allora don Giovanni Sandonà, delegato delle Caritas del Nordest, «vedrà che non cambierà nulla». Aveva ragione.
D’altro canto, la pietas cristiana viene considerata positivamente il primo e il secondo giorno dopo una tragedia, dal terzo in poi, nel sentire collettivo diventa buonismo. Se poi si dice che bisogna regolamentare i flussi, per cui annualmente solo un certo numero di persone può essere accettato dall’Unione europea, qualcuno insorge perché lo considera discriminatorio. Poi c’è l’obiezione di massa: può l’Italia far fronte da sola a migrazioni di tale portata? E poi bla, bla, bla. Ecco riassunto in maniera molto semplicistica il pensiero comune, che si nutre di solito di una buona dose di populismo. E poi Lampedusa fa vendere i giornali. C’è il cronista che, all’aumentar dei morti, il direttore gli aumenta lo spazio a disposizione. Se poi tra i morti, ci sono donne e bambini, il lancio in prima pagina è assicurato, e la rotativa gira.
Le aree di crisi alimentano la fuga di disperati. Ma la tragedia di questi giorni è la punta dell’iceberg di un fenomeno migratorio che l’Italia ha finora trattato solo in termini emergenziali e/o di pubblica sicurezza, per lo più per questioni politiche. È un atteggiamento anti-storico, che non considera l’immigrazione per ciò che realmente è: una componente di un processo più ampio di libertà di movimento e contaminazione, che esiste da sempre, ma che la globalizzazione ha accelerato. Una persona migra alla ricerca di un’opportunità di vita migliore.
Ora si comincia a parlare di rivedere le leggi, la Bossi-Fini, il diritto d’asilo, la richiesta di corridoi umanitari, e così via. Quasi non si sente parlare di responsabilità. Da dove partono queste navi? Chi sono i trafficanti di uomini? Ma non c’è un’intelligence che tutto vede e tutto sa? Oggi finalmente è convinzione comune che serva un intervento strutturato. Ma senza dimenticare di restare umani, come diceva Arrigoni a proposito della situazione gaziana. Il che mi porta a una vignetta di Staino, in cui Lara domanda ingenuamente a un immigrato: “Perché vi mettete in mare, se sapete che forse morirete?”. E lui risponde: “Per quel forse”.
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – 12 ottobre 2013

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