Lo si segue con interesse, perché non è mai scontato. E non è poco per chi deve parlare di Pluralismo religioso, laicità dello Stato, conflitti e democrazia – Come cambia il panorama europeo (e italiano), ovvero lo scibile umano in un’ora e mezza o, come preferisce dire lui, «Piccoli cenni sull’universo». Ascoltare Stefano Allievi (docente di Sociologia, Comunicazione e Interculturalità, specializzato in sociologia delle religioni e nello studio dei fenomeni migratori, giornalista, scrittore, bla, bla, bla…) è sempre un piacere. Perché, parlando chiaro, rende abbordabili a tutti, i “massimi sistemi”. È stato così anche lunedì 4 novembre, nella sede di via Dalla Scola della cooperativa Insieme, dove il professore è intervenuto su invito del Primolunedìdelmese, longeva iniziativa di “Alternativa Nord/Sud per il XXI secolo”.
La società? Un fiume che scorre. Le persone? Isolotti. Che pure si muovono, ma non alla stessa velocità, anzi, fanno fatica a stare al passo. «Correre dietro al cambiamento provoca uno stato ansiogeno», spiega Allievi. Il pluralismo religioso rientra in questa società totalmente in evoluzione. Un pluralismo da vari punti di vista. C’è la secolarizzazione. «Ci siamo accorti che, togliendo la religione dal centro, la società funziona lo stesso». La privatizzazione della religione. «Il datore di lavoro non ti chiede l’appartenenza confessionale». Aumenta il numero di chi si dice non credente. Ma, di converso, aumentano le religioni disponibili, così ci sono ebrei, pentecostali, evangelici, buddisti, valdesi, e con le migrazioni, indù, sikh e, numericamente più rilevante, la presenza dell’islam. «Non solo – precisa Allievi -. Il pluralismo sta pure all’interno delle religioni, sta pure nel modo di credere. Semplificando, possiamo tracciare tre tendenze. Molti di coloro che si dicono cattolici, credono in cose che con il cattolicesimo non c’entrano nulla: reincarnazione, oroscopi, meditazione, maghi… Che va per la maggiore è il “supermarket dei beni religiosi, ovvero la religione “fai da te”. Mi leggo un libro sul buddismo zen, uno sul pensiero sufi, un altro sullo sviluppo del potenziale umano, assisto alla conferenza del guru in- diano che mi spiega come essere felice, pratico un po’ di yoga. Poi, ci sono i convertiti: mi deconverto da qualche cosa e mi riconverto in qualcos’altro, o forse non ero niente prima, perciò mi converto ex novo. Così nascono i nuovi movimenti. Il nostro rapporto con la religione è diventato fluido. Se cambi una volta, poi magari cambi anche una seconda. Molti speri- mentano finché non trovano ciò che è loro confacente». Il risultato di tutto questo è che ci si fanno tante più domande; «prima non serviva, perché si viveva in un mondo dato per scontato. E il set delle risposte possibili è molto più ampio». Davanti ad un «caleidoscopio di culture e di religioni», non tutti reagiscono allo stesso modo. «C’è chi si sente incuriosito ed interessato, e allora si produce un meticciato reale, ma c’è anche chi si chiude rispetto all’alterità (i vari “ismi” sono frutto della paura). La paura è umana. Il mondo cambia, nel mio quartiere c’è gente che veste strano, che mangia cose che puzzano e nessuno mi spiega che è successo. È normale che io abbia paura. Solo che bisogna interrogarsi sulle ragioni. E, in Italia, troppe paure sono state lasciate macerare, se non addirittura alimentate ad hoc dagli “spacciatori di facili certezze”, che hanno un seguito ed un consenso strepitosi – la Fallaci docet -, ma anche tanti politici». Tuttavia, non c’è dubbio che una situazione plurale produca scontri. «Ma anche incontri; ci siamo mischiati tantissimo. Di conflitti ce ne sono stati e ce ne sono ancora, anche violenti, laceranti, che portano a divisioni. Il conflitto serve ad evitare la guerra, ma va dichiarato. Dire che è “tra cristiani e musulmani, tra laici ed integralisti, gay ed etero…”, è una semplificazione scorretta. Perché i conflitti ci sono anche all’interno di ciascuno di questi gruppi, tra chi si apre e chi si chiude, chi costruisce ponti e chi li abbatte. Non si entra in conflitto “tra”, bensì rispetto al tema di cui si discute e discutere il più delle volte porta a una soluzione. Le configurazioni non sono mai fisse. Così accade che a favore dell’eutanasia siano anche alcuni cattolici». In tutto questo, la laicità dove la situiamo? «La laicità non è uno spazio neutro, perché la storia non è neutra e noi veniamo da una storia dove il cattolicesimo ha avuto – e ha – il suo peso. La laicità dev’essere uno spazio dove le diversità – tutte – possano confrontarsi, dialogare, cioè deve garantire un substrato comune di diritti. In Italia abbiamo, da un lato, una Chiesa cattolica, che è minoranza, ma che è molto invadente; dall’altro, una laicità non matura. Perciò penso che siamo ancora lontani dalla meta». In una società plurale, le minoranze hanno un loro ruolo riconosciuto. «Un ruolo fondamentale, direi. Perché, mentre le maggioranze possono vivere da sole – in Italia, quanto possono interessare gli ebrei ai cattolici? -, per le minoranze conoscere le maggioranze è questione di vita o di morte. Da dove arrivano le innovazioni della Chiesa cattolica? Dai Paesi dove la stessa è minoranza. Perché il centro è garante dell’identità, mentre le frontiere sono costrette a porsi i problemi perché li devono affrontare quotidianamente. Ma proprio a partire da quegli avamposti, le ricadute, poi, si ripercuotono anche sul centro». La buona notizia? «Che il conflitto sembra in regressione. In Veneto i sindaci violavano la legge per impedire la costruzione di moschee e avevano grande seguito. Oggi – a causa della crisi – la gente ha altro a cui pensare. E poi c’è stata la strage di Oslo, che ci ha profondamente segnato, perché ci ha mostrato a quali aberrazioni può portare l’odio razziale».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 3 novembre 2013

Lascia un commento