Un’Europa troppo allargata nei suoi confini non può che collassare. Ancora dieci anni e non esisterà più. È la tesi che il prof. Maurizio Mistri, docente di Economia internazionale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova, sostiene nel libro “La crisi dell’integrazione europea e la Turchia” (Edizioni La Gru, 2010).
Ecco allora che davanti alla richiesta della Turchia di entrare nell’Ue, bisogna fare alcune riflessioni serie. «Con i continui allargamenti, l’originario afflato europeistico è andato spegnendosi – spiega il prof. Mistri -, perché molti dei Paesi nuovi entrati sono euro-scettici e alcuni di essi si sono dimostrati prevalentemente interessati ai finanziamenti provenienti dai Paesi europei economicamente più avanzati. Si è perduto lo spirito solidaristico ed emergono sempre più forti le spinte nazionalistiche. La Ue non riesce più a individuare politiche capaci di soddisfare le esigenze di Paesi così diversi; questo impedisce soluzioni unitarie e che mettano tutti d’accordo. In questo contesto, c’è da chiedersi che cosa c’entra la Turchia, che non è nemmeno in Europa».
Quando è iniziato il cammino di disgregrazione?
«I sei Paesi originari avevano un progetto federalista, a partire da valori condivisi (la cultura greco- romana, l’ideologia liberale e socialista, le radici cristiane, l’Illuminismo…), e l’idea di un mercato comune europeo nasceva sulla base di un recupero di intesa tra Francia e Germania, a fronte dell’offensiva sovietica. Ma il pro- getto di integrazione politica è fallito, allora si è andati verso una soluzione funzionalista: affrontiamo un problema alla volta e cerchiamo di risolverlo, è venuto a mancare il quadro d’insieme. Questo ha spostato il centro del potere nelle mani dei tecnocrati di Bruxelles, i quali premono per gli allargamenti, con l’idea che, quanto più il mercato è grande, tanto più ci guadagniamo. In realtà, solo loro ci guadagnano. Ma senza integrazione politica, l’attuale integrazione economica è destinata a fallire. Un’efficace integrazione politica riposa su di una storia condivisa, vissuta, prima di tutto, sul terreno della cultura. I popoli possono decidere di unirsi quando scoprono di possedere valori comuni sedimentati nel tempo. Viceversa, l’integrazione economica, sia che assuma il carattere di un’area di libero scambio o il carattere di un mercato comune, di per sé non è un valore comune; è un artificio istituzionale che in certi casi può portare a delusioni profonde e a successivi conflitti. D’altra parte, uniformando le legislazioni, non si uniformano i comportamenti. Perché in Italia, Paese unico, ci sono comportamenti così dissimili tra nord e sud? Perché possiamo fare controlli amministrativi della spesa pubblica in Sicilia, ma non possiamo andare a vedere come funziona il sistema degli appalti? Allora, la Ue che fa? Trasferisce miliardi da nord a sud, a seconda delle richieste dei vari Paesi, ma non c’è nessun nesso tra spesa pubblica e sviluppo, lo ha dimostrato la storia. Spesso questi soldi vanno ad ingrassare le mafie dei vari Paesi».
Quindi, la Turchia deve starne fuori perché non è in Europa.
«La Turchia non appartiene alla storia europea se non in termini di antagonismo; è un’altra cultura. Rafforzerebbe o indebolirebbe l’economia europea? I primi dieci anni vedrebbero il trasferimento di attività economiche da Spagna e Italia verso la Turchia, dove il costo del lavoro è inferiore. E poi ci tireremmo in casa un concorrente, visto che è nostra competitrice nei settori in cui l’Italia è specializzata. Senza contare che la Turchia diverrebbe il Paese per estensione più grande all’interno dell’Ue e avrebbe il gruppo parlamentare più rilevante. È evidente che questo punterebbe a modificare le linee di politica internazionale, sociale ed economica dell’Europa. Gli Usa hanno fatto un accordo commerciale con il Messico, ma non hanno fatto entrare il Messico negli Stati Uniti d’America».
Non è solo l’ingresso della Turchia che la preoccupa.
«La Commissione europea ha cambiato i criteri per l’ingresso: non è importante che il Paese sia in Europa, basta che si senta europeo. Anche l’Ucraina chiede di entrare. È un Paese filo-russo, certamente importante per popolazione e per risorse, ma che possiede parametri economici ben lontani da quelli necessari “per stare in Europa”».
Ha una visione molto negativa.
«A 22 anni ero iscritto al Movimento federalista europeo. Sono un europeista che accusa questa Ue di tradimento. A me interessano gli Stati Uniti d’Europa, non i mercati uniti d’Europa. Siamo andati verso una profonda divaricazione e nelle aree che più sono state danneggiate, non potrà che aumentare la violenza sociale. Le divaricazioni portano al conflitto».
© 2013 – Romina Gobbo
Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 3 novembre 2013

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