Aumenta la paura di una guerra civile in Sud Sudan, nonostante il presidente Salva Kiir abbia tenuto a rassicurare che la situazione è nuovamente sotto controllo. Violenti scontri scoppiati nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, hanno visto fazioni opposte, interne all’esercito governativo SPLA (Sudan People’s Liberation Army) affrontarsi a colpi di mortaio e armi pesanti nel centro cittadino, mentre carri armati si spostavano dall’aeroporto alla zona meridionale della città, dove si trovano i ministeri. L’esito è un bagno di sangue: quasi 500 morti e oltre 800 feriti (dati resi da un responsabile Onu al Consiglio di sicurezza). Dopo oltre 15 ore di combattimenti, lunedì 16 alle 15, il presidente è comparso di fronte alla stampa, accusando il rivale storico Riek Machar – suo ex vice, allontanato dopo il rimpasto di governo dello scorso luglio – di un tentativo di colpo di stato, grazie alla collaborazione dei suoi fedelissimi nuer (l’etnia del presidente è invece dinka). Non va, dunque, sottovalutato, l’elemento etnico, in un Paese dove da sempre i dinka sono il gruppo di potere dominante, sia politico che economico. Allo stesso tempo, non va dimenticato che, come tutti i conflitti che si definiscono etnici, anche quello sudsudanese è frutto di processi di “etnicizzazione” innescati e favoriti dall’esterno, enfatizzando aspetti realmente esistenti, come le diatribe per il bestiame. «A parte un aumento dei posti di blocco, al momento non si riscontrano movimenti particolari né a Juba, né all’esterno, ma si vive una situazione di sospensione in attesa di capire come evolverà il quadro», dichiara Chiara Scanagatta, rappresentante di Medici con l’Africa Cuamm in Sud Sudan, di stanza a Yirol, 200 chilometri circa dalla capitale, dove la Ong padovana opera a sostegno dell’ospedale governativo e del distretto.

«Avevamo avuto segnali di instabilità già nelle scorse settimane dopo che il presidente aveva tolto molti poteri al suo vice – continua Chiara Scanagatta – e si era a conoscenza delle tensioni interne al governo e al partito in vista delle prossime elezioni. Eppure alle cerimonie del 9 luglio, per il secondo anniversario dell’indipendenza, si era respirata una tale aria di festa e di voglia di cambiamento da far sperare che le divergenze fossero superate».
Sono gli Stati Uniti a dare il segno della gravità della situazione. Washington ha deciso di limitare le attività dell’Ambasciata del Sud Sudan rimpatriando il personale non essenziale. E la Farnesina, con un avviso sul sito viaggiaresicuri.it, sconsiglia “vivamente” di recarsi nel Paese.
La situazione del Sud Sudan, proclamato stato nel luglio 2011, è estremamente fragile. Il Paese è uscito sfiancato da una guerra civile durata quasi quarant’anni. La popolazione è seminomade e non abituata a ricevere servizi e cure. Il prezzo dell’indipendenza dal Nord sono continue tensioni e guerriglie.
Avviato l’intervento in Sud Sudan nel 2006, con la ristrutturazione e la riapertura dell’ospedale di Yirol nello Stato dei Laghi, Medici con l’Africa Cuamm ha poi allargato il raggio d’azione intervenendo anche nell’ospedale di Lui, del Western Equatoria. Nel 2012, nei due ospedali, sono state realizzate oltre 53.000 visite ambulatoriali, effettuati 13.000 ricoveri, 1.461 parti e somministrati oltre 47.000 vaccini. Attualmente la Ong è presente nel Paese con un team di 14 operatori espatriati, 7 a Lui (quattro medici, un’infermiera, un logista, un amministrativo), 5 ad Yirol (tre medici, un’infermiera, un’amministrativa e una junior project officer), oltre a un rappresentante paese a Juba. Nonostante le difficoltà, tutti i team continuano a garantire il regolare svolgimento dell’attività per fornire cure e assistenza sanitaria ai più vulnerabili.
© 2013 – Testo e foto Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 22 dicembre 2013


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