Il Rezzara compie 50 anni: «Indipendenti e credibili»

«Ci vuole coraggio per innovare, ma poi paga». Parola di mons. Giuseppe Dal Ferro che, nel gennaio 1964, con un gruppetto di associazioni cattoliche, diede vita a Vicenza all’istituto di scienze sociali “Nicolò Rezzara”. Il coraggio servì a lasciarsi alle spalle la cultura accademica, per cominciare a riflettere, alla luce delle nuove scienze sociali, su quanto stava accadendo nel mondo: la guerra fredda, il Vietnam, un’Italia che già mostrava i primi segni della crisi, la Cina, nuovo interlocutore mondiale. Insomma, di carne al fuoco ce n’era tanta. «All’inizio qualcuno ci osteggiò – racconta Dal Ferro, oggi direttore dell’Istituto – ma la serietà dei nostri studi e il fatto che non ci schierammo mai con nessuno, neppure con Rumor, all’epoca segretario della Democrazia Cristiana, ci rese più credibili. L’indipendenza fu una strada faticosa, ma vincente».

Indipendenza anche dalla Chiesa?

«Certo, il nostro voleva essere un centro culturale, non pastorale, quindi laico, anche se ispirato alla concezione umana che ci ha sempre guidato, ovvero quella della Populorum Progressio, che fu anche il tema, nel 1967, del primo convegno di studi internazionali, che poi sarebbe divenuto uno dei nostri fiori all’occhiello, con partecipazioni eccellenti come il cardinale, poi futuro papa, Luciani, Antonino Zichicchi, l’ex presidente dell’Iran, Bani Sadr».

 Su quali ambiti si concentrò la ricerca?

«Su quelli non presenti nelle università. La  formazione socio-politica, fino a quel momento appannaggio dei partiti, coinvolse 800 allievi. La scuola di giornalismo, irrisa dai vecchi giornalisti che ritenevano che la professione si impara in redazione, proseguì per quarant’anni. Poi vennero i primi corsi per fidanzati, quindi l’Università adulti/anziani, che negli anni ha registrato 14mila iscritti».

Il futuro è il dialogo con gli altri.

«Vogliamo creare una rete di centri culturali nei Paesi a noi più vicini. Con la Sicilia  lavoriamo sul dialogo con l’altra sponda del Mediterraneo; con la Puglia, sulle relazioni con i Paesi balcanici; con il Friuli, per studiare i problemi della Mitteleuropa».

 

© 2014 Romina Gobbo

Pubblicato su Avvenire – sabato 18 gennaio 2014

 

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