Corruzione e privilegi – Il popolo è stremato

«Anche se sembra tornata la calma, le proteste non si fermeranno». Infatti, mentre Luka Zanoni, direttore responsabile del sito www.balcanicaucaso.org, mi diceva questo, a Sarajevo, davanti alla sede del governo, operai, studenti e disoccupati chiedevano le dimissioni dell’esecutivo. Perché la situazione economica in Bosnia-Erzegovina è davvero pesante. E, a fronte di chi fa fatica a mangiare (molti si “arrabattano” con l’economia informale), c’è una classe politica fortemente privilegiata e un alto tasso di corruzione. Tutto questo ha impedito lo sviluppo.
Le manifestazioni nella Federazione di Bosnia-Erzegovina – una delle due entità politico-amministrative in cui è suddiviso il Paese, abitata principalmente da croati e bosgnacchi (bosniaci musulmani, ndr) -, erano iniziate mercoledì 5 febbraio, con sassaiole contro le sedi dei governi locali, innanzitutto a Tuzla, terza città del Paese e principale polo industriale, oggi in declino, ma poi i tumulti si erano propagati anche a Kahanj, Bréko, Sanski Most, Prijedor, Banja Luka, Graènica, Bihaæ, Zavidoviæi, Zenica, Mostar, Sarajevo. La polizia è intervenuta e ci sono stati oltre un centinaio di feriti.

Luka, chi sono esattamente i manifestanti?

«In prima linea, ci sono gli operai lasciati a casa da alcune aziende che in passato davano lavoro a migliaia di persone, ma che, dopo controverse privatizzazioni, hanno dichiarato fallimento. Ma, in generale, è una protesta di popolo, una mobilitazione per lo più spontanea, con persone di tutte le età, priva di un programma definito e di gruppi organizzati. La partecipazione della società civile è molto variegata e supportata dai social network. Tuttavia, manca un coordinamento, un centro che possa avanzare richieste precise. Finora, è la gente di Tuzla a sembrare più organizzata, d’altra parte, è una città multietnica e con un certo sviluppo alle spalle».

E proprio da lì è partita la protesta. 

«Perché oggi Tuzla è in declino e vede una disoccupazione molto elevata; si parla del 50% della popolazione, a fronte di un dato nazionale del 30%. La gente ha chiesto le dimissioni del governo attuale e che venga sostituito con uno tecnico, di transizione, fino alle elezioni, previste ad ottobre (notizia degli ultimi giorni, sembra che il premier Nevnin Niksic, ricevendo una delegazione di manifestanti, abbia loro promesso elezioni anticipate, ndr), e che faccia ripartire la produzione, per quello che è possibile. È evidente che c’è una grande responsabilità della classe politica, poco preparata. Inoltre, il sistema istituzionale seguito alla pace di Dayton (novembre-dicembre 1995 – ha messo fine a tre anni e mezzo di guerra) ha alimentato il carrozzone burocratico, oltre che il moltiplicarsi di cariche e figure istituzioni varie, pensate sulla base di principi etnici, e oggi in pochi si arricchiscono, mentre i più stentano. Quell’accordo, che congela la situazione al momento del dopoguerra, è chiaramente inadeguato. Se n’era già parlato a Ginevra, nel 2005, alle celebrazioni per il decennale di Dayton, ma poi non se n’è fatto nulla».

A seguito degli accordi di Dayton, la Bosnia ed Erzegovina è divisa in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (Federacija Bosne i Hercegovine) e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska); occupano ciascuna poco meno della metà del territorio della nazione, esercitando una completa sovranità sulle rispettive aree; sono separate dalla cosiddetta Linea di Confine Inter-Entità, che non è una frontiera fisica, bensì amministrativa. C’è, poi, il Distretto amministrativo autonomo di Brčo, appartenente a entrambe le entità, e mantenuto sotto la supervisione internazionale.
Per il presidente di turno della presidenza tripartita (in rappresentanza delle tre etnie: bosgnacchi, serbi e croati) bosniaca, Zaljko Komsic, i responsabili dei “problemi che si accumulano da anni” sono proprio i politici. L’arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko
Puljic, mette sotto accusa il sistema, che «non è in grado di rispondere alle richieste legittime del popolo, che non chiede altro di avere uno Stato in cui tutti i cittadini siano uguali, in cui la giustizia, la sanità, le scuole funzionino, in cui ci siano programmi di assistenza, di formazione e di lavoro. I mali della Bosnia di oggi – conclude – hanno la loro radice negli accordi di Dayton che hanno fermato la guerra, ma non hanno contribuito a creare democrazia e convivenza pacifica».

Luka, qualcuno ha cercato di vedere in questi fatti una connotazione etnica.

«Le strumentalizzazioni sono sempre dietro l’angolo, ma finora il cappello etnico-nazionale non è emerso e speriamo che non emerga mai. Le rivolte sono scoppiate in città dove la popolazione è in larga misura bosgnacca. Lo ripeto: è la gente che si sta ribellando. C’è poi, un’altra considerazione da fare. La Bosnia è bloccata sulla sua strada europea, non ha lo status di Paese candidato, le è stata negata la tranche dei fondi di pre-adesione, è stata minacciata di essere messa fuori dal Consiglio d’Europa. Questo perché ha una costituzione inadeguata, dove vige ancora il diritto etnico, e manca quello di cittadinanza. Va riformata, non c’è dubbio».

Perché proprio adesso le proteste?

«La rivolta era nell’aria. Qualcuno ha anche evidenziato il fatto che il Parlamento europeo la settimana scorsa ha adottato una Risoluzione in cui fotografa la Bosnia come Paese profondamente fermo, vittima di corruzione e di illegalità, piegata sotto il peso della povertà e della disoccupazione. Il giorno stesso in cui il Parlamento licenziava questa risoluzione, iniziavano le proteste. Se effettivamente ci sia un collegamento fra le due cose, non è dato sapere».

Gli euroscettici dicono che non si possono aprire a chiunque le porte dell’Europa, e i parametri della Bosnia non sono proprio in ordine…

«La domanda che dobbiamo porci è che cosa ci guadagniamo se i Balcani restano fuori dall’Unione Europea. Dal punto di vista geo- grafico, significa avere il settore centrale dell’Europa fuori dall’Unione, circondato da Paesi che invece ne fanno parte. Che poi chi chiede di entrare debba fare uno sforzo per adeguare la propria legislazione, questo è corretto, ma va pensato come uno sforzo che ciascun Paese dovrebbe fare per sé stesso, per poter diventare sempre più democratico. La spinta all’Unione Europea dev’essere un motore per poter attuare delle riforme che altrimenti non verrebbero fatte. Quindi, va anche accettato il fatto di un’Europa che va a due, tre velocità».

 

© 2014     Romina Gobbo

Pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 16 febbraio 2014

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