Chi si adegua, è ben accetto. Chi dissente, non è gradito

In un mondo sempre più toccato dalle parole e dai gesti di papa Francesco, c’è posto anche per chi non si fa impressionare più di tanto. «Noi cattolici in Italia abbiamo la percezione che quello che il Papa dice e fa, abbia grande significato, influenza, e forte impatto nel mondo – spiega il teologo, padre Gianni Criveller, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), massimo esperto di Matteo Ricci (gesuita, primo missionario, nel 1582, al tempo della dinastia Ming, ad entrare in Cina), già presidente della Commissione per la beatificazione dello stesso -. Ma questo è vero solo in un numero molto limitato di situazioni. Non è detto che questo cambio di Papato, che molti considerano epocale, sia sentito come tale altrove».
E proprio la Cina, che dovrebbe essere – a detta di molti – uno dei primi obiettivi di politica estera, insieme alla Terra Santa, di papa Francesco, sembra non essere molto interessata (anche se un minimo di comunicazione ci dev’essere, poiché il Papa ha detto di aver inviato una lettera al presidente Xi Jinping, quando questi è stato eletto, e di aver avuto risposta). «Molti osservatori pensano che a Pechino stiano a guardare quello che succede a Roma – continua Criveller -. Non è così. Pechino ha molte sfaccettature: ci sono sì quelli che seguono le vicende della Chiesa cattolica, però, gli alti dirigenti, quelli che gestiscono il potere, non guardano fuori, si muovono secondo dinamiche interne, concentrati sui propri problemi. Si preoccupano di perpetuare il proprio potere, di sconfiggere gli avversari, di questioni economiche, corruzione, malavita, dei gruppi che tendono allo smembramento del partito. Questo è ciò che li preoccupa e li impegna».

Come vive la gente? Si parla tanto di diritti umani poco rispettati.

«Per la stragrande maggioranza del popolo cinese, la situazione va migliorando; la Cina è sempre più un Paese libero, aperto, accogliente nei confronti di chi vuole andarvi a lavorare, dove è sempre più facile vivere. Decine di migliaia di italiani sono lì per studio, viaggio o lavoro. La gente magari si accorge che c’è un problema di inquinamento, ma non che c’è mancanza di diritti civili, umani, o altro. Nella vita quotidiana si sta meglio, e questo basta. Si vive una situazione di “quasi” normalità. Mentre, per le persone – e sono poche – che hanno problemi col regime, che si comportano da dissidenti, non si adeguano alla politica del governo, le cose vanno sempre peggio (sono aumentati i giornalisti in prigione, sempre più inviati stranieri non possono tornare, perché sgraditi)».

Com’è la situazione della Chiesa cattolica? E, soprattutto, la Chiesa è una sola?

«In Cina c’è una sola Chiesa. L’ha confermato Benedetto XVI nel 2007 con la lettera ai cattolici cinesi. Poi, però, ci sono delle divisioni causate dalla politica religiosa del governo, e a questa politica, le comunità cattoliche rispondono in maniera diversa. C’è chi la accetta (le cosiddette comunità aperte) e chi, invece, no (le comunità dette sotterranee o clandestine, che però in realtà non sono né sotterranee, né clandestine, perché vivono alla luce del sole e sono ben conosciute, specie dai funzionari di polizia). Ma entrambe sono considerate legittime dal Vaticano. Questo, semplificando al massimo. Questa realtà c’era prima di papa Francesco e c’è tuttora. Ci sono, poi, luoghi dove la situazione della Chiesa è più drammatica, come a Shanghai, dove il vescovo, mons. Taddeo Ma Daqin, è agli arresti domiciliari da quasi due anni. Subito dopo la sua ordinazione episcopale (7 luglio 2012), aveva detto: “Sarò il vescovo di tutta la Chiesa, non farò parte di organizzazioni governative, che creano solo divisioni”, e questo è bastato per arrestarlo ed esautorarlo del suo ruolo (la sua nomina è stata revocata dalle autorità cinesi nel dicembre 2012, tuttavia sia i cattolici di Shanghai che la Chiesa universale lo riconoscono come vescovo di Shanghai), la qual cosa non era mai successa prima. Pertanto, per quelle comunità cattoliche, prive di una guida, la situazione è pesantissima. Da questo punto di vista, passi avanti verso la normalizzazione non ne sono stati fatti».

Quali possibilità di movimento potrà avere papa Francesco?
«Papa Francesco è simpatico a tutti – lo dico con rispetto, non con superficialità -. Ha scelto un segretario di Stato, Pietro Parolin, che ha fama di persona per bene, capace di dialogo, e che per un lungo periodo si è occupato di Cina. Secondo alcuni, era riuscito ad avvicinare moltissimo le posizioni tra Santa Sede e autorità cinesi; si dice che goda di molta considerazione in Cina. Si tratta di un Paese interessato ad avere un buon nome nella comunità internazionale, ad essere considerato una nazione per bene, moderata, sana, che persegue la pace. Pertanto, non potrà la Cina parlare male del Papa, quando tutti gli altri ne parlano bene. Si può immaginare che, se non per convinzione, ma più per opportunità, il regime cinese, consapevole della popolarità di Bergoglio, avverta la necessità di non essere considerato un nemico dello stesso».

E, per quanto attiene alla causa di beatificazione di Matteo Ricci, ci sono passi avanti?
«Sicuramente, oggi c’è molta più attenzione nei confronti della figura di Matteo Ricci, riabilitata già da papa Giovanni Paolo II, ma alla quale grosso impulso è stato dato da Benedetto XVI. Ricci è potenzialmente uno dei missionari migliori della storia della Chiesa, però ha la singolare sventura di essere poco conosciuto in Italia, mentre è conosciutissimo in Cina. Papa Bergoglio lo ha nominato più di una volta, ed è gesuita come lui. Ricci era attento alla cultura, al popolo, ma, era, prima di tutto, un missionario impegnato a portare il “Vangelo dell’amicizia”, che avvicina persone e popoli. Le prime comunità cristiane cinesi lo invocavano come un santo. Due anni fa, in una piéce teatrale a Pechino, è stato rappresentato come il padre della Chiesa in Cina. Certo, a tutt’oggi manca il miracolo. Tuttavia, qualcuno ha ipotizzato che papa Francesco possa fare con Matteo Ricci quello che ha fatto con papa Giovanni XXIII, ovvero portare avanti la causa di santità anche senza la presenza di un miracolo».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 16 marzo 2014

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