Le donne protagoniste del loro futuro

Credono nei propri diritti e in sé stesse le donne afghane. Nonostante il potere patriarcale, nonostante la cultura tradizionale, nonostante i mille tabù tribali e religiosi.
E, così, contro tutto e tutti, sono andate a votare, sabato 5 aprile, per scegliere il nuovo presidente, che resterà in carica per i prossimi cinque anni, e per il rinnovo di 35 consigli provinciali.
Hanno lasciato attoniti chi diceva che i mariti non avrebbero permesso loro di uscire di casa per recarsi ai seggi. Hanno votato per sé, per le proprie madri, le sorelle e, soprattutto, per le loro figlie. Quelle che l’epoca dei talebani non l’hanno vissuta, ma che sono cresciute con il dolore dei loro genitori, con lo spettro del passato e la paura che quel passato si rifaccia presente.
Sono loro, le donne, ad avere fatto la differenza, votando contro i talebani, dimostrando, così, il rifiuto del terrorismo. Infatti, quasi il 30% di donne in più si erano registrate per questo voto rispetto alle presidenziali del 2009. E non c’è sul tappeto solo la condizione femminile, ma anche la sicurezza (che in 12 anni né le forze americane né il sostegno internazionale della missione Nato-Isaf sono riusciti a risolvere. Anzi, il 2013 ha registrato la morte di circa ottomila civili, a causa di bombe e blitz armati, ndr), la disoccupazione, la corruzione, la sicurezza alimentare, l’educazione. La Commissione elettorale indipendente (IEC) aveva intrapreso, già dallo scorso anno, una significativa campagna di registrazione degli elettori, raggiungendo un target di quasi il 40% di aventi diritto al voto di sesso femminile. Dei 3,6 milioni di nuovi elettori, 1,2 milioni sono donne.
“Questo voto per ogni donna afghana non è solo un voto, ma un modo di dire no alla discriminazione, alla violenza e all’ingiustizia contro le donne. Ogni voto e ogni scelta consapevole ci avvicinano al raggiungimento dell’uguaglianza fra esseri umani”, scriveva sulla sua pagina Facebook, Masuma Mohammadi.
Le donne decise a ottenere un seggio ai consigli provinciali sono state circa 300, candidate anche in zone dove la presenza talebana è molto forte. Non solo, anche le mogli dei candidati, negli ultimi mesi di campagna elettorale hanno partecipato attivamente ai comizi elettorali dei rispettivi mariti, una cosa non comune in Afghanistan. Non solo; per la prima volta nella storia del Paese, una donna, Habiba Sarobi, ex governatrice della provincia centrale afghana di Bamian, potrebbe diventare vicepresidente del Paese.
Domenica 6, è iniziato lo spoglio. Sarà un processo lungo che porterà ai risultati preliminari non prima del 24 aprile. Per quelli definitivi occorrerà aspettare il 14 maggio. Quindi, se nessuno dei votati (sono otto i candidati alla presidenza) avrà ottenuto la maggioranza, si andrà al ballottaggio. Il favorito delle donne – ma non solo – è Abdullah Abdullah (più conosciuto come dr. Abdullah, perché è un bravo oculista), il rivale di sempre del presidente uscente, Hamid Karzai (ne denunciò pubblicamente i brogli elettorali in occasione della sua seconda presidenza). È assurto a simbolo del riscatto dal medioevo talebano, in quanto esponente di primo piano del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika fondato negli anni Settanta da Burhanuddin Rabbani, l’ex presidente afghano ucciso dai talebani nel settembre 2011. Metà pashtun (l’etnia dominante) e metà tajiko (l’etnia più prostrata), è ben visto anche dalle minoranze. Inoltre, da giovane, Abdullah era amico e consigliere di Ahmad Shah Massoud, il leone del Panshir ucciso dagli estremisti, che fece sognare il Paese per aver messo in fuga l’invincibile Armata rossa.
Gli altri favoriti sono Zalmai Rassoul, già ministro degli esteri, erede politico del presidente uscente, e Ashraf Ghani, tecnocrate della Banca Mondiale.
Soddisfatto il generale Manlio Scopigno, comandante del contingente italiano in Afghanistan, poiché, nonostante il clima di tensione prelettorale, dovuto ad alcuni attacchi ai seggi, le operazioni di voto si sono potute espletare regolarmente, grazie all’apporto di soldati e poliziotti afghani, addestrati in questi anni dai militari italiani. A loro ha detto: «Oggi è una giornata storica per ognuno di voi. Vivetela con orgoglio e con la consapevolezza che i nemici dell’Afghanistan che avevano minacciato di boicottare le elezioni, hanno perso».
Su tutto, pesa l’incognita del dopo 2014, poiché, a fine anno, è previsto il ritiro delle truppe Isaf (International Security Assistance Force).

Anche in Afghanistan i giornalisti sono sempre più scomodi, e pagano con la vita. Venerdì 4 aprile, a Khost, vicino al confine con il Pakistan, la bravissima fotografa tedesca di AP (Associated Press), Anja Niedringhaus, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco. Reporter di guerra, Anja si trovava in Afghanistan da diversi mesi per documentare la situazione del Paese. Nelle ultime settimane, stava fotografando la preparazione delle elezioni. Anja, assieme alla collega, la giornalista canadese, Katthy Gannon, rimasta gravemente ferita, sono state attaccate a colpi di arma da fuoco da un uomo vestito da poliziotto (poi arrestato), mentre seguivano uno dei convogli governativi che trasportava il materiale elettorale da distribuire nei seggi.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – 13 aprile 2014

 

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