Pellegrini con Francesco. I cristiani presenza costante

Fra Massimo Pazzini, riminese di origine, è il decano dello Studium Biblicum Franciscanum (Sbf) di Gerusalemme. E’ frate minore dal 1972 e sacerdote dal 1983. Ha studiato teologia a Bologna presso lo Studio teologico dei frati minori e presso lo Studio teologico accademico dei domenicani. Dopo la licenza in Teologia biblica, conseguita all’Sbf nel 1985, ha ottenuto il baccalaureato in Lingua ebraica e Lingue semitiche all’Università ebraica di Gerusalemme (1990) e il dottorato in Lingue e civiltà orientali dell’Istituto universitario orientale di Napoli (1998). Dal 1991, insegna ebraico, aramaico e siriaco all’Sbf.

«Papa Francesco viene pellegrino da noi per ricalcare, almeno in parte, il pellegrinaggio di Paolo VI. Questo è evidente dalla durata di tre giorni e dal tragitto: Amman-Betlemme-Gerusalemme. A differenza di Paolo VI, però, non andrà a Nazareth e in Galilea. Dal punto di vista politico, l’itinerario afferma implicitamente che la Terra Santa è più estesa dello stato di Israele, e abbraccia anche Giordania e Palestina, cosa quanto mai vera», dice il prof. Pazzini.

Professore, la vita di Gesù è raccontata da cinque Vangeli, quattro sono libri, il quinto è la terra stessa.

«“Quinto Vangelo” è una felice espressione del francese Joseph-Ernest Renan, orientalista e storico del cristianesimo. In Terra Santa, il pellegrino si trova in una posizione privilegiata per ascoltare la parola di Dio, poiché qui la Parola ha preso corpo. Anzi, secondo Renan, “non può comprendere pienamente i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, chi non ha visto Terrasanta, dove Gesù visse e svolse la sua missione terrena”. Disse Paolo VI, in occasione del suo pellegrinaggio, del quale ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario, che i Luoghi santi sono la scuola dove si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, ovvero la scuola del Vangelo, perché permettono al cristiano di vivere a contatto con l’ambiente in cui ‘il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’ (Gv 1,14). In Terra Santa gli stessi scritti biblici, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, hanno un’eco diversa. Si riesce a capire meglio, se si fanno proprie le parole di un testo ascetico, scritto fra il 1853 e il 1861, da un anonimo russo. “I miei unici beni sono una sacca sulle spalle con un poco di pane secco, e sotto la camicia porto la Sacra Bibbia. Nient’altro mi appartiene”» (Racconti di un pellegrino russo).

Poiché siamo nel campo della fede, perché è importante dimostrare che Gesù è storicamente esistito?

«La ricerca del Gesù storico (in inglese: Quest for the historical Jesus) è il tentativo di usare metodi (e testi) storici, invece che religiosi, per costruire una biografia accertata e ‘laica’ di Gesù. Questa ricerca, che ebbe inizio nel XVIII secolo con Hermann Samuel Reimarus e proseguì nel XIX e XX secolo attraversando diverse fasi grazie anche all’apporto dell’archeologia, porta a scoprire un Gesù ebreo, un palestinese del I secolo, non più l’immagine di un Gesù filtrato dall’analisi dottrinale. Ma il problema dell’esistenza storica di Gesù riguarda piuttosto i non credenti; a costoro mostriamo le reminiscenze storiche che trattano di Gesù. E non si tratta di fonti solo cristiane; vi sono opere di non credenti (quindi non di parte) che parlano di Gesù. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, intorno al 90 d.C., nelle sue Antichità Giudaiche (18,63-64) scrive: “Verso quel tempo visse Gesù, uomo saggio…”. È notevole che un ebreo, mai convertito al cristianesimo, menzioni la persona di Gesù. Di Gesù si occupano anche alcune fonti romane. Tacito (115-120 d.C. in Annales 14,44,2-5) scrive: “Nerone dichiarò colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati coloro che il volgo chiamava cristiani, odiosi per le loro nefandezze. Essi prendevano nome dal Cristo che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l’impero di Tiberio”. Svetonio (II secolo, in Vita dell’imperatore Claudio, 25,4) riporta: “Claudio espulse i Giudei (leggi: Cristiani) da Roma, i quali per impulso di Cresto (leggi: Cristo), facevano continuamente tumulti”. Plinio il Giovane (112 d.C., in Epistola 10 ad Traianum 10,96) afferma a proposito dei cristiani: “D’altra parte, essi affermano che tutta la loro colpa ed il loro errore erano consistiti nell’abitudine di riunirsi in un giorno stabilito, prima dell’alba e di cantare alternativamente un inno a Cristo, come a un Dio…”».

Se volessimo parlare di verità, quali sono le certezze – se ce ne sono – derivanti dagli scavi archeologici?

«L’archeologia, ovviamente non va alla ricerca delle ossa di Gesù Cristo! E’ suo interesse, piuttosto, individuare, nei segni del culto, la continuità ininterrotta della presenza cristiana. Per esempio, a Nazareth, sotto i mosaici bizantini del V secolo, sono state rintracciate attestazioni di culto più antiche: resti murali che rimandano agli edifici sinagogali del II-III secolo. Sull’intonaco di alcuni di essi, padre Bagatti identificò graffiti ed iscrizioni in greco, tracciati dai primi pellegrini cristiani. Tra i disegni, figurano croci, barche e un personaggio portacroce (forse il Battista). Tra le scritte vi sono nomi propri, preghiere, e la celebre invocazione Ch[aire] Maria, considerata la più antica attestazione epigrafica di culto mariano. Ancora, a Cafarnao, la città di Gesù (Mt 9,1), la ‘casa di Pietro’ ha due soglie sovrapposte. Secondo l’archeologo padre Corbo, i primi cristiani avevano aggiunto una soglia sopra quella originale per preservarla e proteggerla, in quanto su di essa aveva posto i suoi piedi lo stesso Gesù. Si tratterebbe, quindi, di una pietra toccata da Gesù».

L’archeologia biblica ha una validità anche al di fuori del mondo cristiano?

«L’Archeologia intesa come scienza storica, ebbe proprio in Terra Santa, durante il governo mandatario britannico (1920-1948) una delle prime palestre dove affinare la sua metodologia. Da allora si sono succedute a ritmo costante le scoperte piccole o clamorose, occasionali o sistematiche che, di volta in volta, hanno aggiunto una tessera alla comprensione dell’ambiente nel quale è vissuto e si è mosso Gesù. Trattandosi di una scienza, l’archeologia ha moltissimi adepti anche tra i non cristiani o non religiosi. L’interesse puramente scientifico si limita a registrare i dati oggettivi senza interpretarli in chiave religiosa, come conferma personale per il credente».

Abbiamo aperto con il significato politico del pellegrinaggio di papa Francesco, chiudiamo con il significato spirituale.

«Papa Francesco viene a confermare quanto fatto da Paolo VI, cioè a ribadire l’apertura della Chiesa cattolica, e la propria disponibilità al dialogo. La Chiesa ortodossa, che fatica più di noi in questo cammino di comunione, avrà un’altra occasione e una nuova spinta verso il confronto e il rinnovamento. Gli anni a venire ci diranno se il viaggio tanto atteso avrà dei risvolti profetici».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

 

 

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