«Sono cittadino del mondo, ma originario di un piccolo villaggio a nord della Palestina, vicino a Jenin, nei Territori palestinesi occupati. Dunque, sono arabo e palestinese, cristiano cattolico, e sacerdote allo stesso tempo. Tutto questo fa parte della mia identità»: a parlare così è don Raed Abusalhia, parroco di Taybeh-Efraim. Benvenuti nell’ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina, dove la presenza cristiana è senza interruzione da duemila anni. A novecento metri sul livello del mare, sull’antica via che da Gerusalemme scende a Gerico, è circondato da trentamila olivi.
Taybeh-Efraim è citata nella Bibbia come una città rifugio ed è il luogo, secondo il Vangelo di Giovanni, dove Gesù si nasconde dopo aver resuscitato Lazzaro e dove si prepara ad affrontare la sua passione. Oggi è abitata da circa 1.500 persone, che hanno resistito alla tentazione di emigrare; un esodo che i quarant’anni – soprattutto dopo l’occupazione israeliana del ’67 – si è portato via ben 8.000 persone.
Latini, melchiti e ortodossi – le tre comunità cristiane presenti – convivono pacificamente e si sono accordate per celebrare insieme il Natale e la Pasqua.
«Questo è quello che noi chiamiamo l’ecumenismo della vita – riprende padre Raed -. Siamo qui da duemila anni e intendiamo restarci. Abbiamo la pretesa di essere la continuazione della prima comunità cristiana, la memoria viva – sui luoghi di Gesù di Nazareth – del Vangelo. Questo vuol dire che i cristiani hanno garantito la continuità e hanno potuto mantenere viva la terra in questa fede. La nostra importanza e dignità non proviene dal numero, ma dalla qualità della nostra presenza e testimonianza. Non ci sentiamo “minoranza”: non siamo deboli, stranieri o perseguitati, siamo figli di questo Paese, di questa terra, di questa storia, e rimarremo qui per l’eternità».
© 2014 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

Lascia un commento