«Uccidetelo, uccidetelo!» – «Vogliamo il suo sangue!» – «Con i nostri bastoni faremo una croce. Crocifisso, crocifisso!». Urlava così la folla di 3.000 persone che martedì 9 dicembre ha circondato la parrocchia dedicata a San Guido Conforti, collegata al convento di Kamenge, dove suor Lucia Pulici (75 anni, monzese, di Desio), suor Olga Raschietti (83 anni, vicentina, di Montecchio Maggiore) e suor Bernardetta Boggian (79 anni, padovana, di Ospedaletto Euganeo), sono state massacrate nella notte tra domenica 7 e lunedì 8 settembre, nella capitale del Burundi, Bujumbura. Una manifestazione feroce, terribile, che si è placata solo verso sera. Una reazione che ha lasciato attonito padre Luigi Vitella, saveriano, di Santorso (Vicenza), da 43 anni in Burundi, e che 6 anni fa ha fondato la parrocchia di Kamenge.
«È il loro modo di reagire, istintivo, contro un delitto così brutale, efferato – dice padre Luigi, raggiunto al telefono mercoledì 10 settembre, al mattino, al ritorno dai funerali delle consorelle -. Dal punto di vista umano, forse si può comprendere, lo si può considerare una manifestazione di affetto nei confronti delle nostre suore, ma certo, non è cristiano. Noi siamo per il perdono. Per fortuna, stamattina la celebrazione è stata invece serena, pacifica».
Ma quello che probabilmente la popolazione non sa è che uccidere Christian Claude Butoyi non servirebbe a fare giustizia. Perché i missionari là presenti sono convinti che sia un capro espiatorio. «Forse non è neppure stato arrestato, è propaganda passata attraverso le agenzie di stampa. Il governo fornisce un nome per togliersi di impiccio, per calmare la popolazione. Di certo, quel ragazzo non è un ladro – non è stato portato via nulla – e neppure un pazzo, i pazzi li conosciamo bene; quello è ben lucido». E magari pagato per dichiararsi colpevole. A questo punto, però, la domanda è: chi ha commesso il triplice delitto? E, soprattutto, chi sono i mandanti? «Perché è di quelli che abbiamo paura».
Secondo padre Vitella il bandolo della matassa va ricercato in un Paese – dal 1966 Repubblica presidenziale, con capo del governo e presidente Pierre Nkurunziza -, dove la forbice tra ricchi e poverissimi si sta allargando in maniera inesorabile. Un altro governo che non si interessa dei bisogni dei cittadini. Il Burundi è un contesto fragile, stretto nella morsa dell’instabilità politica e dei conflitti ricorrenti. Dove la miseria impera, l’analfabetismo è dilagante, la malnutrizione uccide perché il corpo diventa facile preda di malaria e febbre tifoide, il resto lo fa il sesso a pagamento. Ecco allora che una tragedia di queste dimensioni mette a dura prova il sistema Paese. Chi vuole destabilizzare può prendere a pretesto l’incapacità del governo sul fronte della sicurezza.
Intanto, il livello di allarme si è fatto molto elevato. Padre Vitella esce sempre da solo, ma gli hanno raccomandato di “farsi scortare” almeno da un accompagnatore di fiducia. Proprio Vitella è stato il primo ad accorrere sul luogo della tragedia. Un lago di sangue che non scorderà. «Massacrate. I primi due corpi vicini, il terzo a 6, 7 metri di distanza. La testa tagliata. E poi una grossa pietra, quella che ha fra- cassato il cranio di suor Lucia e suor Olga. Come fa uno da solo a fare tutto questo? Devono essere stati almeno in due. Come si fa ad ammazzare donne così socievoli, amorevoli, sorridenti? Bernardetta, la più solare è stata addirittura decapitata. Non è mai successo in Burundi, neppure in anni più bui; questa pratica non appartiene a questo Paese. Io ho pensato subito alle scene viste in tv del califfato iracheno. Insomma, credo che dietro a tutto questo ci sia un disegno ben preciso».
Odio alla fede? «Non proprio odio alla fede, ma una motivazione politico-religiosa. Politica perché si vuole mettere in luce l’incapacità del governo. Religiosa, perché è vero che qui siamo la maggioranza, ma è anche vero che nel Burundi ci sono 600 confessioni religiose approvate dal governo, più tantissime altre non approvate. Noi gestiamo 3.800 orfani, il doposcuola, le attività per i ragazzi, chi è di fede diversa non vede molto bene la concorrenza».
Ma tutta questa tragica vicenda ha portato padre Vitella a una riflessione personale.
«Chi martedì ha circondato la missione, aveva con sé bastoni e sassi. La mia paura più grande era che si scatenasse una guerriglia tra militari e civili. La gente ha agito in maniera istintiva, animalesca, sono i giovani i più arrabbiati, privi di prospettive. Avevo assistito a una cosa del genere pochi anni dopo che ho fondato la parrocchia. La gente all’epoca linciò e uccise con delle pietre un paio di individui sorpresi a rubare. La domenica, dal pulpito gridai: “Questi fatti li ho letti nel vangelo 2000 anni fa, ma oggi no, non è possibile”. Da cristiano perciò non posso non interrogarmi. Come Saveriani, siamo qui dal 1963, sulle orme dei padri Bianchi (arrivati a fine Ottocento), cosa abbiamo fatto? Che cosa ha recepito la gente? La maggioranza è cristiana, ma se questo è il risultato, vuol dire che abbiamo fatto pena».
E il pensiero corre al vicino lago Tanganika, al confine fra Rwanda, Congo e Burundi, dove, nel 1994, nella guerra fra hutu e tutsi (che fece quasi un milione di morti), anche molti cristiani imbracciarono il machete, perché il richiamo del sangue in Africa continua ad essere più potente di quello dell’appartenenza religiosa.
L’uccisione delle tre suore ha colpito l’Africa al cuore, perché il Burundi è il cuore della regione dei grandi laghi. Ma quel cuore ha continuato a pulsare mercoledì 10 settembre, al mattino, quando si sono celebrati i funerali di suor Lucia, suor Olga e suor Bernardetta. Dalle 9 alle 12.30, una celebrazione in perfetto african style, con canti, discorsi e tanta emozione. «Una folla immensa, ci saranno state almeno 4.000 persone, tanto che abbiamo dovuto spostarci in una parrocchia della periferia nord, tenuta da missionari svizzeri, perché la nostra chiesa sarebbe stata insufficiente ad accogliere tutti i fedeli. E poi sono intervenuti i vescovi locali, il vicepresidente del Burundi, la viceambasciatrice per l’Italia, il console italiano. Tutti hanno avuto parole di affetto per le nostre consorelle. Ma soprattutto è stato toccante per me che tanti siano venuti ad abbracciarmi, a farmi le condoglianze. Ho sentito forte il sentimento di solidarietà, questa compassione, nel senso etimologico del termine, di soffrire insieme, cum patior, soffro insieme», afferma padre Vitella.
Al pomeriggio, le tre religiose sono state tumulate nel cimitero di Panzi, nei pressi della città di Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove riposano altri missionari morti in loco.
© 2014 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 14 settembre 2014

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