Suor Albarosa e Giovanni Farina – un “matrimonio” lungo trent’anni

A chi parla della Chiesa come di una “fabbrica di santi”, la vicentina suor Albarosa Ines Bassani risponde con il suo trentennale “matrimonio” con il vescovo Giovanni Antonio Farina. Tanto è durata infatti la fase di studio per la beatificazione prima, e per la canonizzazione, poi. Insomma, quella dei santi è una faccenda serissima. E il 23 novembre, in piazza San Pietro a Roma, quando papa Francesco proclamerà santo il Farina, tanto impegno sarà premiato. Il percorso ha visto suor Albarosa, della congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, in tutte le vesti: da quella di storico a postulatore fino al “salto” come consultore della Congregazione delle cause dei Santi. Il curriculum è di tutto rispetto: laureata in Scienze naturali, formazione specifica come archivista e postulatore, presidente della classe di Lettere e Arti dell’Accademia Olimpica. Così Bergoglio l’ha chiamata; assieme a lei, la pugliese suor Grazia Loparco, delle Salesiane di don Bosco. Ed ecco, per la prima volta nella millenaria storia della Chiesa, due donne nel team dei sette “saggi” consultori.

Suor Albarosa Ines Bassani
Suor Albarosa Ines Bassani

Suor Albarosa, trent’anni di studio. Come mai un periodo così lungo?

«Un certo tempo è necessario per essere sicuri di quello che diciamo. La canonizzazione è un atto che implica il Magistero pon- tificio, il Papa con i suoi cardinali, e infatti avviene all’interno di un Concistoro. Il Papa dichiara con sicurezza infallibile che il personaggio in questione è santo e ne estendo il culto alla Chiesa universale».

Come è avvenuto il suo incontro col Farina?

«Innanzitutto, attraverso la mia vocazione. Frequentavo l’Istituto Farina di Vicenza e toccavo con mano il clima affettuoso e la grande apertura culturale. Ho capito che il Signore mi chiamava ad essere come quelle suore, perciò a Lui mi sono arresa. Per quanto riguarda, invece, lo studio che mi ha portato ad essere postulatore, ho cominciato per caso. Stavo ancora studiando quando, poiché era nota la mia passione di cercare di leggere quello che per gli altri era quasi impossibile, le consorelle mi chiesero aiuto per le lettere del fondatore, che nessuno aveva mai letto a causa della grafia incomprensibile. Non mi sono limitata a trascriverle, forte dei miei studi, ho cominciato ad applicare ad esse il metodo scientifico della ricerca, del rigore, capire a chi erano rivolte, la datazione…».

Quando si è cominciato a pensare di promuovere una causa di beatificazione?

«Siamo alla fine degli anni Settanta. Una nostra consorella ecuadoriana, suor Torres Cordova, guarisce da un tumore maligno all’utero dopo aver appoggiato sul ventre alcuni capelli del Farina. È la spinta che serve all’Istituto per decidere di promuovere la causa, che inizia nel 1981, quando il fondatore era morto da quasi cento anni. Avendo già “le mani in pasta”, è venuto naturale nominarmi nella Commissione storica. Ho dedica- to 10 anni esclusivamente alla ricerca archivistica, in 34 archivi, fra Italia, Austria e Vaticano. E proprio nell’archivio segreto Vaticano – dove sono rimasta cinque anni, dalla mattina alla sera, a “setaccia- re” – ho trovato tutta la documentazione che mancava agli archivi locali».

Poi l’incontro con lo storico Gabriele De Rosa, che è stato determinante.

«Quando ho visto la mole dei documenti, mi sono resa conto che noi suore non saremmo state in grado di gestire un lavoro così impegnativo. De Rosa ha accettato di prendere in carico la causa, riuscendo – attraverso un importante convegno nazionale – a sradicare tutte le polemiche che avevano circondato la figura del Farina e che rappresentavano ostacoli alla causa».

Nello specifico, di cosa stiamo parlando?

«La figura del vescovo Farina era stata contestata essenzialmente per vari motivi. Intanto, era stato liquidato come “austria- cante” perché aveva fondato il nostro Istituto con un grande appoggio dell’Austria. Non dimentichiamo che siamo nel pieno del- la tematica risorgimentale del Lombardo-Veneto sottomesso all’Impero Austro-Ungarico. Perciò, hanno giudicato questa scelta come una scelta politica. Poi, Farina da giovane aveva insegnato al seminario di Vicenza, che diplomava l’élite cittadina. Solo che, poiché uscivano tanti bravi letterati, ma un po’ meno preti, lui aveva appoggiato la riforma voluta da vescovo e rettore per diminuire un po’ l’aspetto letterario e introdurre più materie specifiche di formazione dei preti. Questo è stato letto dall’intellighenzia del clero vicentino come il segno di una regressione culturale. Poi tutte le discussioni relative al potere temporale del Papa».

E così arriviamo all’inchiesta diocesana.

«Dove presentiamo una documentazione di 66 volumi per l’equivalente di 20mila pagine. In aggiunta, c’erano una ventina di testimoni. Ovviamente, non persone che lo hanno conosciuto direttamente, bensì quanti hanno conosciuto chi ha vissuto con lui».

E a Roma inizia la seconda fase.

«Esatto. La sede giudiziale è la Congregazione dei santi. Ai consultori non si dà tutta la documentazione, bensì la positio (nel nostro caso si tratta di 2.000 pagine): ricostruisce la biografia, con dovizia di particolari, e la fama di santità, che dev’essere ininterrotta, dalla morte fino all’inizio del processo di beatificazione. E io ho trovato tantissime lettere di gente che si è rivolta al Farina per avere grazie. La positio passa tre esami: quello dei consultori storici, che valutano la completezza del tutto, se ci sono errori, lacune, se i nodi conflittuali relativi al personaggio sono stati chiariti… Quindi, i teologi valutano sull’esercizio teorico delle virtù; infine, il Papa e i cardinali, che generalmente prendono solo atto di quanto verificato prima».

E ora siamo alla canonizzazione.

«Nel 2001 il Farina è stato proclamato beato. Per passare da beato a santo, serve un miracolo, ma avvenuto dopo la beatificazio- ne. Serve, cioè, la “firma di Dio”, qualcosa che è al di fuori delle possibilità umane. D’altra parte, tra beato e santo c’è un salto teologico: per il primo c’è una pro- posta di culto limitata alla Chiesa locale; sei anche libero di non credere alla santità di quel personaggio. Il culto del santo, invece, è un’affermazione del Magistero; se non ci credi, hai un problema di coscienza».

Chi è il santo?

«Il santo è un amico, che si fa portavoce presso Dio. E il Farina, con le sue opere di carità, è stato proprio questo: un uomo chino sui bisogni della gente».

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – inserto dedicato a Giovanni Antonio Farina – domenica 23 novembre 2014

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