Insinuazioni, complimenti pesanti, attacchi personali, denigrazioni, minacce, non fermano Alessandra Moretti. «Quando si decide di essere personalità pubblica, si sa che il prezzo da pagare sarà il sacrificio della propria vita privata. Si sa anche che si potrà essere oggetto di critiche, di offese, anche violente. Non è piacevole, ma lo si mette in conto. Chi agisce in questo modo, non entra mai nel merito di quello che facciamo, le critiche riguardano tutt’altre sfere».
Forte degli oltre 230mila voti ottenuti alle Europee, la vicentina va dritta per la sua strada, «con coraggio», come dice lei; nessun dubbio sul fatto di essere l’avver- saria di Luca Zaia alle Regionali del 2015. In realtà, c’è ancora lo scoglio delle Primarie da superare, che si svolgeranno la corrente domenica 30 novembre, dove la sfida è a tre: Alessandra Moretti e Simonetta Rubinato del Pd, e Antonino Pipitone dell’Idv.
Una sfida che la Moretti ha accettato di buon grado, perché «credo nello spirito di sana competizione» e «il desiderio di cambiare il Veneto è montante». Un desiderio quello dei veneti comprensibile, visti gli scandali recenti. «L’immagine della Regione Veneto e la fiducia dei cittadini sono incrinate. Si è creata l’idea di un’istituzione contaminata dalla corruzione e mancante di controlli. È necessario che tornino onestà e trasparenza, per questo la classe dirigente che ha governato nel malaffare deve uscire di scena. Alle prossime elezioni, porterò con me persone oneste, pulite, desiderose di abbracciare l’impegno civile. La legalità è la punta di partenza per la crescita».
Se diventerà presidente regionale, quale sarà il primo punto all’ordine del giorno?
«Sicuramente, metterò in agenda l’impegno a favore del mondo della cooperazione e del volontariato: un insieme di realtà che dà lavoro a 30mila persone, di cui 4.500 appartenenti alle categorie svantaggiate. C’è da parte loro un grido di dolore, perché si sentono abbandonate dalle istituzioni. Si tratta di renderle protagoniste della programmazione e di sfruttare al massimo i fondi europei per progetti a loro favore».
Il 25 novembre si è celebrata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Leggi ne sono state fatte tante, ma femminicidi e maltrattamenti si perpetrano. È evidente che punire non significa risolvere. Cosa bisogna fare?
«Si deve cominciare dalla scuola, con l’educazione alla cultura del rispetto, della diversità, delle pari opportunità. Quanta responsabilità abbiamo tutti per quanto attiene all’immagine della donna, che passa, per esempio, nei media. Ho l’impressione che siamo un po’ tornati indietro. Questa violenza che si scatena contro le donne, anche sul web – che da strumento e luogo di democrazia si sta trasformando in luogo di anarchia – ci deve far riflettere. Io ho le spalle larghe, sono capace di difendermi, quindi resisto. Ma ci sono persone fragili, ci sono state ragazze che si sono suicidate perché si sono sentite offese, umiliate, vio- lentate anche moralmente. Bisogna educare i giovani al giusto comportamento nei social. Che tipo di società vogliamo crescere? Poniamoci questa domanda».
Di lei si continua a sottolineare la bellezza. La infastidisce?
«Io rivendico la libertà di ogni donna di stare bene con il proprio corpo. Detto questo, le donne che lavorano in politica vogliono essere giudicate per le battaglie che portano avanti. Lo facevano le sessantottine, lo facciamo noi oggi, con la nostra competenza, contro ogni forma stereotipata di donna che non può essere sé stessa, altrimenti non è considerata credibile. Spesso le grandi figure femminili non vengo- no ricordate per le loro battaglie, ma per delle sciocchezze. Penso a Livia Turco, ricordata per un’intervista in cui pianse, Nilde Iotti, pensata dai più solo come la compagna di Togliatti, la stessa Rosy Bindi, ricordata per la battuta sessista di Berlusconi. Invece per noi queste donne restano riferimenti importanti. E io continuerò ad insistere perché mi vengano rivolte domande sul futuro del Veneto, e non su di me, su come appaio».
Il suo disegno di legge sul divorzio breve a qualcuno è sembrato un modo facile per spaccare le famiglie.
«È un’interpretazione del tutto sbagliata. Questo disegno di legge ho voluto proprio agganciarlo al mio ideale di famiglia, che deve resistere anche quando l’amore finisce. L’obiettivo è sminare la conflittualità tra i coniugi, che invece i tempi lunghi esasperano, con conseguente danno per i figli. Riducendo i tempi, noi accompagniamo la coppia verso un percorso di consapevolezza della fine della storia, ma che non deve mettere in discussione il ruolo di genitori, così da garantire ai bambini un ambiente sano, armonioso, dove possano sentirsi al pari degli altri».
Dalla Camera all’Europa e ora il Veneto. Che cosa vuol fare da grande?
«Voglio continuare ad occuparmi della cosa pubblica, attraverso la politica che è servizio ed impegno. Voglio cambiare il volto della Regione Veneto, renderla più vicina ai cittadini, costruire un futuro che preferisca la comunità alla solitudine, l’inclusione alle barriere, il progresso alla conservazione».
© 2014 Romina Gobbo
pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 30 novembre 2014

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