Il Qatar si è appena comprato i nuovi grattacieli di Milano. Il che significa che un’area del valore commerciale di 2 miliardi è passata in mano agli emiri. E anche l’Alitalia – acquisita da Etihad – dovrà imparare l’arabo. Le compagnie del Golfo hanno investito in questa stagione 160 milioni di euro… nel pallone. Segno di gradimento delle economie e dei capitali delle industrie occidentali. Tutto sta nel saper sfruttare la situazione. E se qualcuno grida all’invasione degli sceicchi, centinaia di imprese italiane stanno valutando la possibilità di sbocchi commerciali nell’area del Golfo. Per questo, alcune stanno anche percorrendo la strada della certificazione halal. Ma governo italiano, istituzioni e banche non riflettono seriamente sulla finanza islamica. Il rischio è ancora una volta quello di perdere il treno, mentre altri Paesi, in primis la Gran Bretagna (che ha già sei banche islamiche e si avvia a diventare il primo Paese occidentale a emettere sukuk sovrano, ovvero titoli sovrani conformi alla legge coranica) vola. Di tutto questo e molto altro parla “Gulf&Med – Il mercato, gli investimenti e la finanza islamica. Hub Italia, business per la crescita”, un libro inedito nel panorama editoriale italiano, a cura di Maurizio Guandalini (qualificato analista finanziario) e Victor Uckmar (consulente di Diritto tributario per diversi governi in tutto il mondo), per i tipi di Mondadori Università. Un insieme di saggi, che non vogliono essere “racconti”, bensì un piano di lavoro per il futuro. Non a caso il volume si lega a Expo Milano 2015 e a Expo Dubai 2020, due vetrine di incontro internazionale. Il volume, in libreria dal 10 marzo, sarà presentato il 25 marzo a Milano (9.30-13, Blend Tower Business Center di piazza IV Novembre, civico 7), nel corso del workshop internazionale “Gulf&Med”, organizzato dalla Fondazione Istud, con il patrocinio del ministero dello Sviluppo Economico. Tra i motivi per i quali in Italia non si parla di finanza islamica, di sicuro c’è che l’aggettivo “islamica” dopo il sostantivo finanza, “ai più fa paura, come se aprire alla finanza islamica volesse dire lasciare campo libero al terrorismo fondamentalista”. Invece, si legge nella nota introduttiva, “in tema di cooperazione tra Occidente e Paesi del Golfo Mediterraneo, la finanza islamica può essere una risposta che aiuta a limitare gli integralismi attraverso strumenti avanzati e trasparenti che permettono di fare chiarezza nei rapporti commerciali e finanziari, rendendo evidenti (e tracciabili) le parti, gli investimenti, le fonti di approvvigionamento”. Insomma, “un esempio di globalizzazione buona”.
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – sabato 7 marzo 2015


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