L’immigrato musulmano non è sempre l’uomo da assistere, bensì un consumatore il cui potere d’acquisto è cresciuto negli ultimi anni. Un consumatore anche di prodotti finanziari, ma solo quelli costruiti secondo determinate regole. “La parola d’ordine della finanza islamica è che ‘non si possono fare soldi sui soldi’ – spiega il prof. Paolo Biancone, docente di Finanza islamica all’Università di Torino, e direttore dell’European Research Centre for Islamic Finance -. Pertanto, no ai tassi di interesse (depositante, banca e fruitore del capitale partecipano al rischio e ai redditi dell’attività oggetto di investimento), no ai profitti basati su un’eccessiva incertezza, no alle attività speculative, sì agli investimenti in attività reali (progetti immobiliari, o infrastrutturali) dal profilo etico. E, naturalmente, niente investimenti in attività proibite (le haram): armi, alcolici, gioco d’azzardo, pornografia. Non è un caso che in Italia siano le banche di Credito Cooperativo ad aver dimostrato maggior interesse nei confronti della possibilità di implementazione di servizi e prodotti finanziari islamici”. Tuttavia, di concreto c’è poco. “Né banche, né istituzioni finanziarie islamiche” dice Fatima Zahra Habibeddine, direttrice di finanzaislamica.it, unico portale italiano dedicato al settore. Ma non si registra in Italia grande pressione da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali, per l’emissione di prodotti finanziari islamici, il che significa che a loro volta non registrano richieste significative da parte dei clienti. “D’altra parte – riprende Biancone – molti musulmani sanno che le banche italiane vendono prodotti che non vanno bene, ma non anno come muoversi”. A loro (ma non solo, visto che il 30% delle emissioni di sukuk – obbligazioni monetarie conformi alla Shariah -, sono sottoscritte da investitori non musulmani) si rivolgono Assaif, unica società italiana di consulenza in materia di finanza islamica; e il gruppo Azimut, che ha creato il Global Sukuk che, con un totale di investimenti di 150 miliardi di dollari, si connota come il fondo di investimenti più grande al mondo, tanto da aver ricevuto l’award per “Best Sector Fund Performance” 2014, da Islamic Financial News (IFN). “Secondo me, in Italia non ci sarà mai un sistema bancario islamico – afferma Giorgio Medda, responsabile della Turchia per Azimut e capo del team di gestione del Fondo AZ Multi asset Global Sukuk -, perché non ci sono i numeri sufficienti, e nessuna banca islamica estera ambirebbe ad aprire una succursale in Italia, che non è un Paese attraente nel settore bancario. E non vedo facile neppure l’ipotesi degli islamic windows, ovvero degli sportelli aperti nell’ambito di banche convenzionali, esclusivamente dedicati a prodotti finanziari islamici. Più fattibile, invece, è un sistema complementare tra finanza islamica e tradizionale, il quale però presuppone degli interventi sulla legislazione fiscale”. Nonostante la presenza in 75 Paesi e un totale di attività gestite,stimato superiore a 1.000 miliardi di dollari americani, la finanza islamica rappresenta ancora una quota limitata nel panorama finanziario globale, ma i tassi di crescita annui tra il 15 e il 20% la rendono piuttosto appetibile.
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su Avvenire – sabato 7 marzo 2015


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