La strada per la risalita è ancora lunga, perché il già fragile sistema sanitario della Sierra Leone, con l’epidemia di ebola iniziata nella primavera del 2014 e protrattasi fino ad un paio di mesi fa, ha ricevuto il colpo di grazia. Ecco perché non bisogna mollare. «Adesso si tratta di risollevare un sistema travolto dall’uragano»: così don Dante Carraro, direttore della Ong padovana Medici con l’Africa Cuamm.
«Abbiamo cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel – continua – quando ci siamo resi conto che Pujehun, il distretto (un ospedale e 75 centri sanitari diffusi su un territorio che conta 350mila abitanti) dove siamo impegnati dal 2011 e dove proprio durante l’epidemia abbiamo intensificato i nostri sforzi, era il primo del Paese a non avere nuovi casi». Più volte don Dante si è recato in Sierra Leone per stare vicino al proprio team: un chirurgo, un pediatra, un’ostetrica, un’esperta di sanità pubblica, un logista, un amministrativo e una sessantina di infermieri locali. Ma anche per verificare di persona il dramma generato da un’epidemia subdola. «L’ebola è un nemico strano. C’è quella dei “centri di trattamento”, delle “Zone rosse”, aree altamente infettive, quelle in cui sei a contatto diretto con gli ammalati. Qui sai bene dov’è il virus. E c’è l’Ebola della “normalità”, quella che ti colpisce alle spalle, che non t’aspetti, che cammina vicino a te e non lo sai. Sono i rischi di quando lavori in un reparto o in una sala operatoria “normale” di un ospedale “normale” della Sierra Leone. Basta un caso sospetto non identificato, sfuggito all’ingresso dell’ospedale, e ti ritrovi il virus in casa, e ti uccide. Sono morti così i ventinove giovani operatori sanitari del distretto di Kenema, focolaio dell’epidemia. A ricordarli sono le foto appese nella bacheca dell’ospedale. Dove fino a ieri c’erano gli avvisi, oggi ci sono i loro volti, sorridenti, con la famiglia». Davanti a quelle foto si è commosso. «A chi dice che gli africani aspettano solo i nostri aiuti, io rispondo con quei volti, con quelle storie. Sono degli eroi, così come lo era anche il direttore dell’ospedale di Kenema, il dottor Shiekh Humar Khan. E poi c’è Mohammed, sopravvissuto al virus, che appena si è rimesso, ha iniziato a lavorare con noi».
«Ho respirato l’angoscia della popolazione – conclude -. Ma, quando in una giornata ho accompagnato alla tumulazione tre sacchi con dentro altrettanti cadaveri di tecnici di laboratorio, la paura l’ho sentita mia. Cominci a chiederti se ti sei protetto bene, se hai toccato qualcosa, se ti sei lavato bene le mani».
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su Famiglia Cristiana – n. 21 – 24 maggio 2015 – pag. 53

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