La Danza africana vive di sorriso e ti rende bella

Chi per la prima volta affronta una lezione di danza africana, di solito non fa la cosa più importante: sorridere. L’attenzione ai passi, lo sguardo fisso sui piedi, fanno sì che ci si dimentichi di alzare la testa, tenere la schiena eretta, e guardare dritti davanti a sé. Ma la danza africana vive di sorriso, tanto che il nome completo è “Danza di espressione africana”. Perché il sorriso ti rende bella. Alta, piccolina, snella, o in carne. Anzi. «Vengo dall’esperienza del femminismo, con tutto quello che questo comportava in termini di rifiuto del corpo – dice Barbara Mousy, fondatrice della scuola Afrodanza di Roma e insegnante di danza africana -. Non sono mai stata dentro i canoni di magrezza standard ma, quando ho incontrato la danza africana, ho scoperto che le mie rotondità erano un vantaggio. All’inizio, perciò, questa pratica mi è servita per fare pace con il mio corpo». L’Africa balla sui piedi di tutti: bambini e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri. Per invocare la pioggia, per festeggiare i matrimoni, per entrare nell’età adulta, per ricordare il defunto che si accompagna nell’ultimo viaggio. Via le scarpe, perché la danza africana si balla a piedi nudi, è un ritorno alla terra, alla natura. E, proprio dalla natura, vengono mutuati i movimenti: seminare, raccogliere, attingere acqua al pozzo, cucinare, incidere la zolla con il vomere. Tutto diventa danza. Anche gli animali vengono in aiuto: la signorilità del leone, l’eleganza della gazzella, la leggiadria degli uccelli, ma anche la simpatia della scimmia, o la goffaggine della gallina. La danza africana arriva in Europa negli anni ’70, ma gli artisti – che provengono da Senegal, Guinea, Mali, Costa D’Avorio – capiscono che va adattata al gusto del luogo. Nascono, così, le contaminazioni con altre sonorità, quasi una nuova forma espressiva, che però mantiene il rapporto tra il movimento e il ritmo. Un rapporto basilare perché la danza vive di musica e viceversa, in una simbiosi totale tra percussionista (è il djembé il “re” della danza africana) e ballerini, perché se è vero che è il percussionista a decidere quando dare l’appeal (la “chiamata”, ovvero il cambio di ritmo che ti dice che devi cambiare passo), è anche vero che lo fa, quando capisce che nel gruppo che balla è cambiata l’energia. “1, 2, 3, 4…”, il contare è della danza classica. Chi balla afro deve solo abbandonarsi al ritmo.

«La danza africana è energia pura, io mi sfogo ballando – dice Laura Dinon, dell’associazione padovana “Ponti Sonori”, che organizza corsi di danza africana e percussioni, e da cui è nato il gruppo Djolibè Djembè Family -. Sono arrivata alla danza un po’ alla volta, ho iniziato ascoltando musica africana, poi suonando, e poi ho cominciato a seguire la musica con il corpo. Quando ballo, mi lascio andare completamente, perché è una musica che parte da sonorità primordiali, le percussioni, che sono la base di tutta la musica moderna».

 

© 2015   Romina Gobbo

pubblicato su dancesportinternational.org – 28 giugno 2015 – n. 25

 

http://www.dancesportinternational.org/la-danza-africana/

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