«Dopo un anno sono già in cambiamento, dopo tre, sono altre persone. Il fatto di muoversi con tanta presenza – perché se non sei presente, non stai nel ritmo – aiuta le donne nell’accettazione di sé, e ne esalta la femminilità. La donna comincia a curarsi di più, si veste meglio, ha uno sguardo più aperto, gli occhi più luminosi, la postura più eretta. Insomma, prende coscienza delle proprie possibilità: alcune cambiano lavoro, qualcuna anche compagno». A raccontare gli effetti terapeutici della danza africana è Barbara Mousy, fondatrice della scuola Afrodanza di Roma, insegnante di danza africana, e ballerina in vari gruppi.

«La danza africana mi ha preso subito, perché è energia pura. Io mi sfogo ballando. È qualcosa che parte dal battito del cuore, e io mi lascio andare completamente. È una danza che nasce da suoni primordiali, le percussioni, che sono la base di tutta la musica moderna», aggiunge Laura Dinon, dell’associazione padovana “Ponti Sonori”, che organizza corsi di danza e di percussioni, e da cui è nato il gruppo Djolibè Djembè Family.
«Amo la danza africana perché la trovo lo strumento perfetto che accorda su un’unica frequenza il mio corpo, la mia mente e il mio spirito», dice Paola, che balla da sei anni, frequentando stage in tutta Italia.
E, allora, via le scarpe, prendi contatto con la terra, torna alla natura e lasciati andare alla musica, interpretata principalmente dalle percussioni (con il djembè a fare da solista), in un rapporto quasi simbiotico tra percussionista e ballerino. Perché se è vero che è chi suona a dare il ritmo, è anche vero che lo sceglie in base all’energia che percepisce in chi sta ballando. E’ un vero e proprio dialogo. Queste sonorità vengono dall’Africa francofona, dove scandiscono la quotidianità: la nascita e la morte, i matrimoni e le tappe della vita, la gioia e il dolore, la virilità e la dolcezza, momenti belli e momenti brutti. Si balla quando ci si sveglia, si balla a fine giornata. Si incide la terra con il vomere, si spargono i semi e si raccoglie, si prende l’acqua al pozzo e poi si cucina: tutto questo diventa passo di danza. Anche le movenze degli animali: la signorilità del leone, l’eleganza della gazzella, la leggiadria degli uccelli, ma anche la simpatia della scimmia, o la goffaggine della gallina. In Africa più che di danza, si può parlare di performance, che include balletto, musica, ma anche canto e, spesso, narrazione, sulla tradizione dei griot, i cantastorie. Un racconto visivo e sonoro, che diventa strumento prezioso della memoria collettiva in un Paese dove cultura e tradizioni si tramandano oralmente.
In Europa, la danza africana arriva negli anni ’70, con artisti che cercano di coniugarla con i gusti occidentali. Oggi essa parla un linguaggio universale. Tra i ritmi più praticati ci sono il doundoumba, che è la danza degli uomini forti, ne esalta il vigore e la bravura; il koukou, con il quale si festeggia il raccolto; il mandjiani, che è la danza della circoncisione; il konkoba, che è la danza dei coltivatori, e così via.

In Africa ballano tutti, a partire dal bimbo che già nella culla ascolta, mentre la mamma gli canta una molteplicità sbalorditiva di ninne nanna. Ma ballano anche gli anziani, uomini e donne, ricchi e poveri. Non importa chi sei, quanti anni fai, cosa fai o come sei. «Ho scoperto che le mie rotondità erano un vantaggio per questa danza e ho fatto pace con il mio corpo», dice la Mousy. Questo riappacificarsi con il proprio corpo è cosa buona in una società che ti costringe a diete impossibili ed esercizi fisici estenuanti. Ma anche la danza africana non scherza; i movimenti sono complessi, ogni passo bisogna guadagnarselo “con il sudore”, come diceva Lydia Grant nella fortunata serie degli anni Ottanta, “Fame”. Ma quando finalmente si riesce a sentire il radicamento con la terra e, allo stesso tempo, ad esplorare la spinta verso l’alto, il rapporto fra le varie parti del corpo si affina, ed è allora che si sviluppano fluidità, precisione e potenza. Si può ballare dappertutto: in palestra, al mare affondando nella sabbia, su un prato, con l’erba che ti accarezza la pianta del piede. Si può imparare da un europeo, oppure da un africano (in Italia ci sono Aminata Touré, Solo Diedhiou, Ismaila Kante, e tanti altri). Modi diversi di insegnamento, ma entrambi validi. Il primo ti trasmette la danza in maniera più pedagogica e sistematica, con l’africano impari per imitazione, quando non capisci un passo, te lo ripete anche cento volte, ma non te lo dettaglia mai a livello verbale, così un po’ ti “africanizzi”. «Quando ballo, mi sento prima di tutto me stessa – conclude Barbara Mousy -. Mi sento nel “qui e ora”, una molecola di energia, più che una persona che sta rappresentando qualcosa. La danza africana scarica molto. La rabbia, le tensioni, le preoccupazioni se ne vanno; mentre cerchi di stare nel ritmo, ti apri e butti fuori il negativo che stai trattenendo. Dopo che ho ballato, sento l’adrenalina più alta, le endorfine pennellano di rosa quello che prima poteva essere grigio».
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su Dance Sport International Magazine – luglio 2015


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