
Movimenti eleganti, i corpi che si muovono in simbiosi, i piedi che vanno da soli, la grazia di chi sembra solo accarezzare il suolo, per poi tornare a volteggiare. Li guardi ballare e… sembra facile. Invece tutto questo richiede studio e tenacia e arriva da lontano. Andrea Ghigiarelli e Sara Andracchio – campioni del mondo nella categoria amatori nella specialità Danze Standard, titolo guadagnato quando gareggiavano per l’Italia, e oggi professionisti per l’Inghilterra – a ballare hanno cominciato nell’infanzia. Andrea e Sara – in un’epoca in cui le bambine sognavano di fare le ballerine, i maschi un po’ meno – lui 9 anni, lei 8, hanno voluto provarci. La curiosità di bambini è diventata la tenacia di adolescenti, quando la disciplina sta un po’ più stretta, poi da adulti hanno cominciato a crederci davvero e della passione hanno fatto una carriera. Così il sogno è diventato realtà. Oggi, oltre che girare il mondo a passo di danza, insegnano nella loro scuola di Roma, la New Dance School.
La prima cosa che si nota è il grande affiatamento. Perciò la prima domanda sorge spontanea.
Sara, tu e Andrea siete coppia anche nella vita?
«Ebbene sì, siamo coppia nel ballo e nella vita. Abbiamo cominciato entrambi da piccolissimi, perché nelle nostre famiglie si respirava il ballo, i nostri genitori frequentavano le balere. E quando manifestammo il nostro desiderio, ci incoraggiarono. Abbiamo iniziato subito ballando insieme, eravamo amici, e così è stato fino a 19 anni. Si può ballare benissimo insieme anche senza essere coppia nella vita. Poi, però, a 19 anni ci siamo fidanzati e, dopo 10 anni, ci siamo sposati. Per noi, questo rappresenta un valore aggiunto, perché l’essere molto affiatati, sapere tutto l’uno dell’altro, fa sì che anche nella danza riusciamo a capirci con uno sguardo. Condividere la stessa passione è molto bello».
Che cosa significa ballare per vivere?
«È stato un percorso naturale, seguendo la passione. Io da bambina volevo fare la dottoressa, invece mi sono ritrovata a fare la ballerina. Prima c’è il divertimento, poi, quando si vedono i primi risultati, si comincia a pensare a questo sport come ad una possibile carriera, perciò si comincia a lavorare sodo, ad impegnarsi per migliorare e poi in automatico diventa una professione. Non l’abbiamo cercato, è arrivato».
“Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama, ma queste cose costano ed è esattamente qui che si comincia a pagare, col sudore”, diceva l’indimenticabile Lydia Grant, insegnante di danza nel telefilm anni ’80, “Fame”. La danza è questo?
«La danza è disciplina, è sudore, è studio, è impegno. Perché ci si deve allenare davvero tanto. La danza è vittorie ed è anche sconfitte. Anche per noi c’è stato il riso, ma anche il pianto».
Si impara di più dalle vittorie o dalle sconfitte?
«Si impara di più dalle sconfitte. Ti indicano la via migliore per ricominciare, ed è una bella sfida».
La specialità Danze Standard comprende valzer inglese, tango, valzer viennese, slowfox, quick step. È difficile passare da un ballo all’altro?
«No, si cambia e si deve cambiare, perché ogni ballo ha una caratteristica a sé. Tutti sono diversi e vanno ballati in maniera diversa. Ma proprio in questa loro diversità, sta la loro bellezza».
Danzate da parecchio tempo. Com’è cambiato il ballo negli anni?
«Noi abbiamo proprio vissuto la storia del ballo. Abbiamo cominciato quando il ballo in Italia era popolarissimo. Il ballo di coppia è tipico della storia italiana. Le balere erano piene. Ballare non era solo divertimento, era cultura. Era bellissimo. Oggi di tutto questo resta poco».
I giovani si avvicinano ancora?
«I giovani si avvicinano con un po’ di titubanza. I piccoli sì, se aiutati dai genitori, gli adolescenti non tanto. Alcuni nostri allievi hanno iniziato da piccoli, poi, però nell’adolescenza hanno lasciato. Ed è un peccato, perché quello della danza è un ambiente sano, proprio per l’impegno e il sacrificio che richiede. Il ballo toglie dalla strada, è un dono che salva».
Per Andrea e Sara il dono è stato veramente grande. Perché mentre c’è chi prima di una gara incrocia le dita, chi tiene in tasca un amuleto, chi mette al collo la catenina della nonna… loro, semplicemente, pregano. Prima e dopo l’esibizione.
«Non è sempre stato così, anzi. Mentre io provengo da una famiglia cristiana, Andrea non credeva proprio nella Chiesa. Se oggi ci accostiamo alla danza da credenti, è perché nella nostra vita è avvenuta una forte conversione, che ci ha portato a mettere Dio al centro. Nel 2004 è morta la bimba di nostri amici, di quattro anni, malata di leucemia. È stato un botto, una cosa inaspettata, che ci ha posto degli interrogativi. I nostri amici, che erano già avviati in un cammino spirituale, hanno vissuto la morte della figlia e il funerale, non come un lutto, ma come una festa. Questo ci ha storditi, sconvolti. Non riuscivamo a capire come un evento così drammatico potesse essere visto in senso positivo. Le risposte le abbiamo trovate in Dio. Da lì è iniziato il nostro percorso, abbiamo cercato di capire come si prega, come si legge la Bibbia, siamo entrati nelle chiese per incontrare sacerdoti, suore, missionari. Il Signore ci ha aperto gli occhi, le orecchie, il cuore, così abbiamo scoperto la verità. E oggi balliamo per lui. Prima di una gara, ci affidiamo al Signore e quella è la vera vittoria, poi sulla pista andiamo alla grande».
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su dancesportinternational.org – sabato 18 luglio 2015
http://www.dancesportinternational.org/andrea-ghigiarelli-e-sara-andracchio-noi-balliamo-per-lui/


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