«Bando al pietismo. Questi sono atleti in tutto e per tutto: lavorano sodo, sudano, per poter dare il massimo. Noi regaliamo loro un sogno, ovvero essere inseriti in una competizione nazionale». A parlare così è Laura Liberti, referente del Comitato italiano paralimpico per la danza sportiva, alla chiusura di SportDance 2015, una settimana (dal 6 al 12 luglio) dedicata alla danza sportiva, ospitata a Rimini Fiera.
Perché il pregiudizio nei confronti degli atleti disabili ancora permane. «Non ci si rende conto di quanto si impegnino per superare le loro difficoltà, per migliorare giorno dopo giorno e arrivare pronti alle gare. Gareggiano per vincere».
Quello riminese è il più grande Festival della Danza Sportiva al mondo, nato dalla collaborazione tra la Fids, Federazione Italiana Danza Sportiva (aderente al Coni), Rimini Fiera e Comune di Rimini. Quest’anno ha visto 30 mila atleti in gara (tra cui 5 mila stranieri, provenienti da 32 nazioni), 210 mila visitatori, 250 giudici internazionali.
Domenica 12 luglio, si è svolto il Campionato italiano di categoria Danza sportiva Paralimpica 2015, perché la Fids è riconosciuta dal Comitato italiano paralimpico quale disciplina associata per l’organizzazione e la gestione dell’attività sportiva dedicata agli atleti disabili. Centotrenta ballerini con disabilità della vista, disabilità intellettiva relazionale, disabilità fisica e motoria, si sono sfidati nelle numerose discipline previste: danze standard, latine, ballo da sala, combinata nazionale, merengue, bachata, salsa cubana, show dance e combinata caraibiche.
Sul podio per la seconda volta (la prima nel 2007), per la Categoria Danze Latine Over 16 Wheelchair, Linda Galeotti, accompagnata da Leonardo Batani. Una ragazza di vent’anni, con la spina bifida, che balla da nove anni, ore e ore di allenamento quotidiano. «Una grande emozione questa vittoria, la soddisfazione che premia tanti anni di sacrifici. All’inizio era un gioco, anche perché ero piccola, ho iniziato a 11 anni, adesso sto cominciando a crederci. Le ruote sono le mie gambe». Prossimo step, il Campionato del mondo, che si terrà a Roma, a novembre.
Emozionati sono gli atleti, ma lo è anche il pubblico, soprattutto i familiari, che seguono le gare con gli occhi lucidi. Quando vedi come si muovono i ragazzi con disabilità motoria, capisci che in quei movimenti c’è la rivincita su una vita segnata. Capisci anche come il nostro concetto di normalità non abbia senso. E come con la grinta, la tenacia si possano fare grandi progressi.«Raggiungono maggiori risultati allenandosi per la danza che non con i loro consueti esercizi di fisioterapia», dice il coreografo ligure Edo Pampuro.
La danza ti rende bella. Le ragazzine down, che aprono le braccia ad abbracciare il mondo, sono delle principesse: l’abito, l’acconciatura, il trucco, benvenuti nel regno dei lustrini e delle pailettes. Le carrozzine che volteggiano non sono più un ostacolo, ma un elemento coreografico. Le coppie scatenate nei balli latino-americani sono un portento, energia pura. Lo scambio tra chi è seduto e chi è in piedi è continuo. L’empatia dev’essere totale.

«È lei la mia prima ballerina vera», dice Emilio Bargiacchi, pistoiese, 35 anni, primo tesserato italiano per la danza in carrozzina, «e questo fa la differenza, perché sprona anche me a migliorare». Lei è Martantonia La Forgia, ballerina internazionale professionista, esile, eppure è lei a “far volare” Emilio, che non ha mai camminato, perché affetto da spina bifida dalla nascita. Emilio, sempre accompagnato da mamma Marzia, non ha dubbi: «Ho iniziato a vivere quando ho iniziato a ballare».
Lo sforzo è enorme, da parte di entrambi. Perché se chi è seduto deve stare attento a che la carrozzina non si ribalti – è successo ‒ chi sta in piedi deve evitare di finire sotto le ruote. Il busto di chi sta seduto è tirato fino al massimo delle sue possibilità. Possibilità diverse perché diversi sono i livelli di disabilità, ma anche partendo dalla stessa patologia, cambiano le reazioni di ciascuno. I più gravi hanno una mobilità naturalmente inferiore, ed è lì che la gara fa i conti con la vita.
Nella Danza Paralimpica ballano singoli, gruppi, coppie, formate da un disabile e un normodotato (combi), oppure da due atleti disabili (duo); nelle gare internazionali, ballano anche due carrozzine assieme.
Quando a esibirsi sono i ballerini con disabilità visiva, non te ne accorgi. Il pubblico ammira estasiato il fluttuare leggero della coppia, impreziosito dal fruscio dell’abito della donna e l’eleganza dell’uomo che cinge in un abbraccio vigoroso la sua dama e la conduce. Ma c’è una terza persona, l’accompagnatore a bordo pista, che indica alla coppia il punto di partenza e la chiusura.
«Partiamo senza sapere dove siamo, e poi non ci rendiamo conto di dove ci siamo fermati», dicono Stefano Trella e Maria Teresa Pagliaroli, entrambi non vedenti. Sanno invece perfettamente dove sono mentre ballano, sono lì sulla pista, concentrati, mente, corpo e cuore. Affiatati, come solo i grandi amici possono esserlo. «La danza salva, altrimenti ti viene da stare a letto a fare nulla», conclude Stefano, che è diventato cieco a 50 anni. Quando sembrava che tutto fosse finito, ecco che è cominciata la seconda vita, «diversa, ma sempre meravigliosa». Dove la gara più importante da vincere è quella con sé stessi.
© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su famigliacristiana.it –26 luglio 2015
http://www.famigliacristiana.it/video/sportdance-2015-paralimpica-una-seconda-vita-danzando.aspx




Lascia un commento