Centovent’anni fa moriva l’esploratore, noto per la maggior empatia con i nativi rispetto agli altri avventurieri. La capitale del Congo porta ancora il suo nome
«Da grande farò l’esploratore». Pietro leggeva affascinato i diari di David Livingstone, che scriveva di luoghi che nessuno aveva mai visto, e nella sua mente prendeva forma il suo sogno. Era un ragazzino fortunato, perché il suo cognome era Savorgnan di Brazzà. Era figlio di Ascanio, ricco possidente di origine friulana, e della romana Giacinta Simonetti, dei marchesi di Gavignano, una famiglia che annovera anche un Papa. Pietro, dunque, vive in questo contesto privilegiato. E il suo sogno ha molte possibilità di diventare realtà, grazie all’ammiraglio Louis de Montaignac, amico di famiglia, che porta il ragazzo da Roma in Francia. Studia in un collegio gesuita, intraprende la carriera militare in Marina e assume la
cittadinanza francese. Oggi ricorrono i 120 anni dalla morte di Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà, avvenuta a Dakar, Senegal, il 14 settembre 1905. Il suo nome ai più non direbbe molto, se non fosse per quel “Brazzà” che fa immediatamente pensare a Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo. E, in effetti, per lo più al Congo, di cui fu governatore, ma, più in generale, a tutta l’Africa Equatoriale Francese, di cui fu commissario, è
legata questa figura.
«Ricordato per i suoi metodi non violenti, come l’uomo che comprava gli schiavi per liberarli, da alcuni è chiamato addirittura un “Mandela d’altri tempi”. Alla base di questo, c’è il trattato che egli concluse senza spargimento di sangue con Makoko Iloo I, re di Teké, sulla riva destra del fiume
Congo, e che assicurò alla Francia un vasto territorio in Africa», dice Giancarlo Cammerini, studioso appassionato di Brazzà, che continua: «Sicuramente il suo approccio agli africani fu più comprensivo di quello della Chiesa che li considerava senz’anima». Dai più cauti è invece considerato un uomo che, assistendo alle devastazioni della Scramble for Africa (Spartizione dell’Africa), si rese conto che la colonizzazione non
era il fenomeno positivo che i popoli colonizzatori facevano di tutto per far credere. La sua figura ha anche beneficiato della contrapposizione con il britannico Henry Morton Stanley, giornalista e avventuriero senza scrupoli che, al servizio del re dei belgi, Leopoldo II, si accaparrò in maniera brutale i territori del nord, l’attuale Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Sposato con Thérèse de Chambrun, Brazzà ebbe quattro figli, ed è all’ultima, Marthe, che si deve la prima biografia del padre. Nessun discendente diretto, indiretti. Tra questi, Idanna Pucci (curatrice, con Cammerini, della mostra “Una vita per l’Africa” e del libro omonimo, dedicati all’avo), l’ambasciatore friulano Corrado Pirzio Biroli, e altri.
«Sono cresciuto in una famiglia che ha parlato di questo parente come di un eroe – dice uno dei discendenti, l’africanista Pietro Di Serego -. Sono convinto che non avesse cattive intenzioni, che non abbia mai alzato un dito contro gli africani a meno di essere attaccato. Però fare di questo personaggio un santo è pericoloso, perché è comunque associato a un’impresa violenta». Esautorato dall’incarico di governatore, Brazzà tornò in Congo per una missione d’inchiesta, che gli permise di verificare lo sfruttamento dei locali da parte delle compagnie commerciali detentrici del monopolio del caucciù e dell’avorio. Ma la sua relazione di denuncia non giunse mai al governo francese, perché egli morì durante il viaggio di ritorno, in Senegal, in circostanze non chiarite. Fu sepolto ad Algeri per volere della moglie. Ma, in occasione del centenario della morte, le spoglie
sue e dei familiari furono traslate a Brazzaville, nel mausoleo a lui dedicato. Checché se ne pensi, resta il fatto che, mentre Brazzaville ha continuato a chiamarsi allo stesso modo dopo la decolonizzazione, Léopoldville oggi è Kinshasa. Qualcosa vorrà dire.
© 2025 Romina Gobbo
pubblicato sul Giornale di Brescia – Cultura & Spettacoli – domenica 14 settembre 2025 – pag. 31


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