Nella notte tra il 7 e l’8 settembre tre missionarie italiane vennero massacrate nella loro abitazione
«Mi resta l’amaro in bocca perché il governo italiano non ha mai chiesto un’inchiesta seria. È come se gli omicidi di religiosi fossero di serie B. Vengono definiti martiri, e la richiesta di giustizia finisce nelle retrovie. È molto frustrante per me aver ricostruito con sufficiente precisione i fatti, e sapere che non serve a niente, perché i nomi dei presunti colpevoli restano scritti in un libro. Ma è una scelta miope, perché molti sono morti, anche di morte violenta, ma altri continuano a perpetrare i loro loschi affari». Giusy Baioni, giornalista investigativa, ha dato alle stampe «Nel cuore dei misteri. Inchiesta sull’uccisione di tre missionarie nel Burundi delle impunità» (All Around Edizioni, 2022): quasi 700 pagine che indagano un triplice omicidio che si distingue per l’efferatezza. «Un libro che consiglio di leggere dopo aver preso un Maalox», dice Giusy.
Sono passati undici anni da quella notte tra il 7 e 8 settembre 2014, quando tre anziane missionarie italiane della congregazione delle saveriane – la vicentina Olga Raschietti, la lombarda Lucia Pulici e la padovana Bernardetta Boggian – vengono trovate orribilmente massacrate nella loro abitazione, a Bujumbura, in Burundi. Nel giro di poche ore la polizia arresta un malato psichiatrico che confessa. Ma, come spesso succede, e non solo in Africa, una persona vulnerabile è un perfetto capro espiatorio, che serve anche a placare il clamore. A Giusy, che alla congregazione delle saveriane è legata, la versione ufficiale non torna. Ma i primi tentativi di indagine si scontrano con un muro di gomma. A riaccendere la sua voglia di verità è la radio burundese RPA, la più seguita del Paese che, a gennaio 2015, manda in onda la voce di un uomo che afferma di essere uno dei killer delle suore e indica come mandante dell’operazione il capo dei servizi segreti burundesi, il generale Adolphe Nshimirimana. Parte da qui il lavoro di Giusy. Un lavoro lungo e rischioso di ricerca, e di incrocio delle fonti, senza mai dare nulla per scontato. Viene a galla una vicenda «dai
contorni molto più torbidi di quanto io potessi immaginare. Si erano ipotizzati traffici di minerali o farmaci, o addestramenti di truppe paramilitari, che le sorelle sarebbero state pronte a denunciare. Ma erano solo una copertura per nascondere il vero movente, che è orrendo, e che ha molto a che fare con la modalità con cui i tre cadaveri sono stati vivisezionati. Siamo nel campo dei crimini rituali, tributi di sangue propiziatori per ottenere potere».
Il tempo, naturalmente, gioca a sfavore. Oggi, al di là dei familiari, della congregazione e di pochi altri, in Italia quasi più nessuno ricorda questo episodio. «In Burundi invece l’anniversario è una ricorrenza sentita, c’è gratitudine nei confronti delle sorelle che erano molto amate dalla popolazione ma, nonostante tutti conoscano il sottobosco in cui si è sviluppato il triplice omicidio, per paura nessuno palesa un desiderio di verità». Il Paese, incastonato tra Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e Tanzania, ha una popolazione semplice, molto accogliente, ma che porta sulle spalle una storia di massacri e repressione. Nel libro sono ricordate altre stragi, come quella di Kiremba nel 2011, che colpì molto
Luciano Monari, vescovo di Brescia, perché vi rimase ferita una suora della sua diocesi.
«A fine anni ’80 sembrava che la democrazia stesse per decollare – conclude Giusy -, poi però c’è stato un golpe e da lì è iniziata una spirale di abuso di potere che perdura. È un Paese con una democrazia molto fragile; il parlamento eletto lo scorso giugno è a partito unico. Resta forte la
repressione dei giornalisti e degli attivisti per i diritti umani, e poi c’è una situazione economica degradata. La situazione si complica perché
Bujumbura si trova al confine con la Repubblica Democratica del Congo, ed è luogo di transito per l’oro che arriva dal Sud Kivu. Il Burundi è a
fianco del Congo nella sua difesa dall’aggressione dell’M23, ed è nemico giurato del Rwanda, che dell’M23 è alleato. Pertanto il governo burundese teme fortemente che il Rwanda possa tentare di rovesciarlo. Da qui la maggior restrizione delle libertà».
© 2025 Romina Gobbo
pubblicato sul Giornale di Brescia – giovedì 25 settembre 2025 – pag. 9
https://www.giornaledibrescia.it/opinioni/giustizia-tardiva-strage-suore-burundi-2014-dg1qqs7t


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