Capo Verde. Davanti alla morte non li lasciamo soli

Si chiamano Maurizia, Pina, Sergio, Elena, Valentina, Giovanni, William, Clara… Sono solo alcune delle tante “gocce” che hanno permesso negli anni la realizzazione dei sogni di padre Ottavio Fasano a Capo Verde, dieci isole di origine vulcanica sparse a 500 chilometri al largo del Senegal, crocevia di etnie, sia africane (Fula, Balanta, Mandingo…), sia europee (italiani, portoghesi, spagnoli, inglesi, americani). Da qui sono passati proprio tutti, il risultato è un mélange di colori di occhi e tonalità di pelle. L’ultimo progetto del frate cappuccino piemontese, in ordine di tempo, è la casa di cure palliative, intitolata a Nossa Senhora de Encarnação (Nostra Signora dell’Incarnazione). Inaugurata lo scorso 18 maggio, la struttura si trova nell’isola di Fogo, nel Comune di São Filipe, all’interno del complesso delle Casas do Sol, il resort realizzato sempre da padre Ottavio con i confratelli cappuccini, che da 75 anni sono al servizio della popolazione capoverdiana.

«Nel 1965 ero segretario delle Missioni estere dei frati cappuccini piemontesi, tra cui Capo Verde – racconta il sacerdote, di cui tutti dicono che ha un cuore “de fogo” -. Sbarcato qui, compresi subito che in questa realtà, ingiustizia e povertà erano la norma, e la morte era molto più vicina che da noi. Vedevo tagliare il cordone ombelicale ai neonati con coltelli arrugginiti, con conseguenze inimmaginabili. Non era possibile restare indifferente. Da lì tutto è partito». Primo step la costruzione dell’ospedale intitolato a San Francesco d’Assisi, oggi diretto dalla dottoressa Jorgina Silva. «Questo nosocomio ha cambiato totalmente il livello di assistenza sanitaria nell’isola di Fogo», ha detto il dottor Evandro Monteiro, direttore di un altro ospedale, quello di Praia, rappresentante del Ministero della Salute. Ma ci sono anche le scuole, gli asili, la casa famiglia per ragazze madri, le falegnamerie, la cantina “Monte Barro”.

«Fin da quando i cappuccini sono arrivati qui per camminare con gli ultimi, l’obiettivo era rendere la popolazione autonoma, offrire strumenti che creassero lavoro e, di conseguenza, sviluppo», riprende padre Ottavio. Parla guardando l’oceano e si commuove pensando a quanto questo Paese è cambiato dal suo arrivo qui sessant’anni fa. Restava un ultimo sogno, la casa di cure palliative, iniziata sette anni fa, con la posa della prima pietra da parte del cardinale Arlindo Gomes Furtado, vescovo di Santiago di Capo Verde. «L’accompagnamento alla morte è una cosa seria – spiega padre Gilson Frede, presidente della Fondazione “Padre Ottavio Fasano”, nonché custode dei cappuccini di Capo Verde -. La morte ci trova tutti, anche se in maniera diversa. C’è chi soffre molto, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente e psicologicamente. Pertanto, la casa di cure palliative è la giusta risposta. Sentire che c’è qualcuno accanto a te in una prova così difficile, è importantissimo. Gli ospiti potranno contare su infermieri preparati, ma anche sul conforto dei nostri cappuccini. La fede va al di sopra della disperazione». «La fase terminale della vita rientra a pieno titolo fra le periferie esistenziali che papa Francesco ci ha invitato a percorrere. Questo luogo rende evidente quanto il Vangelo sia ancora fonte di ispirazione», ha aggiunto il padre provinciale dei Frati cappuccini piemontesi, Roberto Rossi Raccagni. All’inaugurazione non è voluto mancare Valerio Oderda, sindaco di Racconigi (provincia di Cuneo), paese che ha dato i natali a padre Ottavio e che, con i propri cittadini, lo ha sempre sostenuto. «Le camere di degenza sono sei, tutte dotate di servizi igienici per disabili e predisposte per accogliere familiari e visitatori – spiega il direttore dei lavori, l’ingegnere Rocco Montagnese -. Ci sono anche spazi comuni, come soggiorno e sala da pranzo, e aree dedicate ai servizi sanitari, quali farmacia, infermeria, locali per colloqui medici, lavanderia».

Padre Ottavio può contare sull’aiuto dell’Associazione missionaria solidarietà e sviluppo (Amses), di cui è presidente Luigi Marianella, imprenditore piemontese al quale ventitré anni fa egli chiese di porre le sue capacità imprenditoriali al servizio dei poveri. «Realizzare l’hospice per noi è stato davvero uno sforzo importante, direi oltre le nostre possibilità finanziarie – afferma Marianella -. Non ce l’avremmo fatta senza i tanti donatori, i cui nomi sono scolpiti sulle piastrelle delle pareti della struttura, segno della nostra gratitudine».

© 2025 Testo e foto di Romina Gobbo 

pubblicato su Famiglia Cristiana – domenica 28 dicembre 2025 – n. 52 – anno XCV – pagg. 64 e 65

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