Benvenuti nel Sahara algerino!

Nessun percorso fisso, tutto lasciato all’esperienza e pure alla creatività del driver

Metti insieme me, giornalista per la prima volta in Algeria (ma spesso in Africa), con un’esperta dei luoghi, Serena Alborghetti, un autista Tuareg e un archeologo con la passione della cucina. Un fuoristrada carico di beni di prima necessità, acqua potabile e acqua per lavarsi. Niente mappe, né navigatori. Perché nel deserto non ci sono strade e neppure vere piste; serve buona memoria degli elementi naturali e, a volte, con un po’ di fortuna, si possono intercettare le tracce delle gomme di altre auto già passate di lì. Nessun percorso fisso, tutto lasciato all’esperienza e pure alla creatività del driver. Così ogni giorno è una sorpresa e una scoperta. E il risultato è il viaggio più bello del mondo nel posto più bello del mondo. Benvenuti nel Sahara algerino, un milione e mezzo di chilometri quadrati, ovvero quasi il 90% del territorio del Paese nordafricano. Sei giorni sono un giusto periodo per poter immergersi nel deserto profondo. Si parte da Djanet, la “perla”, e ci si immerge nel Tadrart Acacus, un paesaggio surreale dove archi naturali, guglie vulcaniche, caverne e rocce – le cui sagome ricordano gli animali – si alternano.

Da lì si può raggiungere il Tassili n’Ajjer, che funge da frontiera naturale con la Libia. Parte integrante dell’omonimo parco nazionale, il massiccio montuoso è famoso per i paesaggi “lunari”, i canyon, per l’arte rupestre di epoca preistorica, datata oltre 12mila anni fa, e per le sepolture risalenti al neolitico, quando in questa regione c’era la savana. Finora sono state identificate 15.000 tra pitture e incisioni rupestri – patrimonio Unesco – che raffigurano scene di caccia e di danza ma, soprattutto, mandrie di bestiame, struzzi, dromedari e animali selvatici, tra cui elefanti, coccodrilli e giraffe, le più rappresentate o forse semplicemente le figure che si sono conservate meglio.

La sabbia – formata da frammenti di minerali cristallini – è di molteplici colori, dal dorato al rosa corallo, dall’ocra all’arancione. Non è raro che il paesaggio cambi totalmente in una notte, perché le morbide dune si spostano scolpite dal vento. Un vento che, quando sibila, racconta storie. Ma ci sono anche le falesie e le oasi (guelta). Oasi rigogliose perché le falde freatiche non sono poi così profonde; che a volte danno vita anche a cascate, come la cascata di Tamekrest. Per dormire le tende non sono necessarie. Il pericolo maggiore sono i topini del deserto che di notte si azzuffano tra di loro. Bastano una stuoia, un materassino e un sacco a pelo. Il resto lo fanno il cielo stellato e il silenzio. Sull’altopiano vulcanico dell’Hoggar (o Ahaggar), nel cuore del Sahara algerino meridionale, con epicentro a Tamanrasset (1.400 metri di altitudine), l’assenza di inquinamento luminoso permette una vista nitida della via Lattea. Si vedono anche Orione, Sirio e Giove. Viaggiatori, geografi e missionari hanno esplorato, descritto e mappato questo territorio inospitale. Che così, da luogo mitico, è diventato una realtà geografica. In particolare, a studiare approfonditamente il Sahara algerino e i costumi dei suoi abitanti, i Tuareg – noti come gli “uomini Blu”, ma il cui vero nome è Kel Ahaggar, dal luogo di provenienza -, fu il francese Henri Duveyrier (1840-1892), che diede all’Europa il primo studio sistematico sui Berberi sahariani.

Nel deserto è la natura a regolare le attività. La giornata comincia all’alba e chiude con l’arrivo del buio. È affascinante quando il sole comincia a tramontare. Mentre le ombre si allungano, ci si raduna attorno al fuoco e, sorseggiando il tè, la guida Tuareg ti racconta del suo mondo, della sua società dove la cultura è matrilineare, di una popolazione fiera e indipendente. E, per fortuna, lo racconta in francese perché la sua lingua, il Tamashek, è per noi incomprensibile.

Un’interessante escursione porta all’Assekrem, un’ottantina di chilometri in linea d’aria da Tamanrasset. Quattro ore di viaggio in Land Rover, con tratti di strada buoni e altri sconnessi, per raggiungere il luogo dove pose il suo eremitaggio Charles de Foucauld. Il beato visse nell’Ahaggar quasi senza interruzione dal 1905 fino alla morte, avvenuta nel 1916 per mano di banditi, lasciando nel Sahara un’importante eredità spirituale. A 2.400 metri è situato il rifugio dove si può pernottare. Mentre per l’eremo vero e proprio, ci sono circa altri 300 metri, da salire a piedi. Lassù si trovano la cappella e un piccolo museo che custodisce libri, ricordi e fotografie del missionario francese, studioso della lingua dei Tuareg. Il paesaggio è unico, soprattutto se accarezzato dalle prime luci dell’alba, o arrossito dal tramonto.

L’arrivo e la partenza sono all’aeroporto di Algeri, soprannominata la “città bianca” dal colore predominante dei suoi edifici. Affacciata sul Mediterraneo, era una potente città-Stato con un’importante attività commerciale e portuale, per questo punto di riferimento di vari popoli. Ad attirare l’attenzione è subito la Casbah di origine ottomana (patrimonio Unesco), antica cittadella fortificata della città, che coincide con la millenaria medina. È caratterizzata da vicoli stretti e palazzi antichi, esempio di architettura islamica e maghrebina. Nei pressi, si trova anche il Palazzo del Rais (detto Bastione 23), meraviglioso esempio di architettura moresca, oggi trasformato in un polo museale con differenti sezioni dedicate all’architettura, all’arte tradizionale e alla musica. L’area della Casbah ebbe un ruolo di primo piano nella guerra contro la Francia (1954-1962), fungendo da roccaforte per gli indipendentisti del Fronte di Liberazione Nazionale. Ci sono, poi, gli edifici religiosi: la moschea, una delle più grandi al mondo, di architettura moderna. Ed è proprio la convivenza nel centro storico fra architetture tradizionali e quartieri all’europea, a determinare la peculiarità di questa città. Interessante anche l’imponente Basilica cattolica di Nostra Signora d’Africa (Basilique Notre-Dame d’Afrique), situata su un promontorio, a 124 metri di altezza.

Per chi alle visite culturali preferisce una passeggiata, c’è il lungomare dove si possono trovare prelibati ristoranti di pesce. Da vedere anche il Museo nazionale di etnografia e preistoria del Bardo, il più antico del mondo arabo, e il Memoriale dei Martiri (Maqam Echahid), costruito nel 1982 per celebrare il ventesimo anniversario dell’indipendenza dell’Algeria dalla Francia (firmata ufficialmente il 5 luglio 1962).

Per informazioni sui viaggi nel deserto algerino: Serena Alborghetti, mail seretarghia@gmail.com.

© 2026 Testo e foto di Romina Gobbo 

pubblicato su Italian Travel Press – domenica 23 febbraio 2026

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