Una donna (psicologa) a Kabul per salvare le donne afghane

La storia di Maryam Majidi, che ha continuato a esercitare la professione di psicologa dopo l’instaurazione dell’Emirato da parte dei talebani

Matrimonio forzato a 14 anni, anni di violenza domestica, povertà estrema, aggressività del marito acuita dalla dipendenza da sostanze, abusi fisici ed emotivi ripetuti davanti ai figli, paura, isolamento, sensazione di non valere nulla e di non essere compresa. Lei è K., una donna afghana. La sua storia non è rara nel suo Paese. Quello che invece è raro è stato il suo coraggio di cercare aiuto in un mondo dove culture e vincoli familiari impongono il silenzio sulle faccende private.

Poi ci sono le vedove, e sono tante nel Paese asiatico in guerra praticamente dagli anni ’80. Prima i sovietici, poi i talebani, l’Isis, l’escalation di questi giorni con il Pakistan. Fatima è una di queste vedove. «Mio marito è stato ucciso in un attacco dell’Isis – mi ha raccontato –. Dei miei quattro figli, due manifestano problemi psicologici. Io sono malata di cuore. Sono sola, impaurita, ma devo andare avanti per loro». K. e Fatima sono accomunate dall’aver conosciuto il dolore, quello vero, quello che paralizza, che ti fa vivere nell’oscurità. Ma, mentre Fatima continua a tenersi tutto dentro, K. è riuscita da andare oltre, a fidarsi. E, finalmente, nella sua vita è entrato un raggio di sole.

Si chiama Maryam Majidi. Nata in Iran ventisei anni fa, trasferitasi da piccola con la famiglia in Afghanistan, di professione psicologa. «Ho sempre nutrito una forte curiosità verso la sofferenza umana. Perché le persone soffrono? Perché alcuni sopportano un grande dolore in silenzio? Quali parole si possono usare per dare sollievo?». La laurea in psicologia arriva nel 2021 qualche mese prima che i talebani prendessero Kabul e instaurassero l’Emirato, cominciando a imporre limitazioni per donne e ragazze.

Prima i divieti relativi all’istruzione, poi quelli relativi al mondo del lavoro, tanto che solo in quel primo anno di governo a guida talebana, l’occupazione femminile è crollata del 25%. Da allora, la condizione delle donne e delle ragazze è stata in caduta libera. Senza più diritti, oggi sono emarginate da quasi ogni ambito della vita. Secondo il Rapporto di UN Women, il 78% delle giovani donne afghane non studia, non frequenta corsi di formazione e non lavora.

Ma Maryam, nonostante le difficoltà – deve sempre farsi accompagnare da un uomo di famiglia (mahram) quando va a visitare le pazienti – non ha abbandonato la professione. Continua testardamente a curare le donne «rotte», in un Paese dove – carente di beni essenziali e assistenza sanitaria – il supporto psicologico viene considerato un bisogno secondario. «Per me la psicologia non è soltanto una professione, è una missione che si basa sul rispetto della persona, indipendentemente dal genere, dallo status sociale o dalla condizione mentale, e sulla convinzione che ogni individuo possieda una capacità di crescita e cambiamento».

Dal 2024 Maryam collabora con l’organizzazione umanitaria italiana Nove Caring Humans, dedicandosi in particolare ai bambini degli orfanotrofi e alle donne vedove o traumatizzate. Presso il Future Hope Orphanage, la psicologa segue 35 bambine tra i 6 e i 14 anni, con vissuti di abusi, perdite genitoriali, violenza. Presentano ansia e difficoltà emotivo-comportamentali che vengono curate, oltre che con la consulenza psicologica, individuale o di gruppo, anche con percorsi creativi basati su arte, musica e narrazione.

Si intitola invece «Dignity» il progetto rivolto alle vedove, per la maggior parte capofamiglia. Hanno alle spalle violenze gravi, e vivono stress prolungati, pressioni culturali e familiari, mancanza di risorse economiche. «Hanno bisogno di sentirsi comprese, accolte e ascoltate con empatia, senza giudizio – spiega la psicologa –. Offriamo loro strumenti per contenere ansia e depressione e aumentare la resilienza. La psicologia ha cambiato anche me: mi ha fatto crescere, mi ha resa più paziente ed empatica. Ho imparato che perfino le parole più semplici possono essere luce. La psicologia non salva soltanto dal buio. Rende possibile attraversarlo, e restare umani, restare persone, restare madri e, soprattutto, in questo Paese che tende a zittire – restare voci».

© 2026 Romina Gobbo 

pubblicato sul Giornale di Brescia – Commenti e Opinioni – 31 marzo 2026 – pag. 7

https://www.giornaledibrescia.it/opinioni/donna-psicologa-kabul-afghanistan-talebani-fm1axjut

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