Le relazioni tra i due Paesi si caratterizzano per un conflitto ad andamento ciclico; il rapporto si è deteriorato nel tempo, fino a dare origine a vere e proprie crisi
Un centinaio di persone – uomini e donne – in coda davanti a un foglio affisso a un muro. Cercano un nome, una conferma, una notizia. Un indizio relativo al proprio caro di cui non sanno più nulla dal 16 marzo, quando, alle 21 circa, i caccia della Pakistani Air Force hanno bombardato diversi distretti della capitale dell’Afghanistan, Kabul. Colpito ripetutamente l’Omid Center, struttura medica di riabilitazione per tossicodipendenti, all’interno di Camp Phoenix, fino al 2014 importante base di addestramento Nato, sulla strada di Pul-i-Charkhi, che conduce a Jalalabad, in Pakistan. Si registrano 400 morti e oltre 250 feriti. Ma l’elenco è ancora incompleto, perché l’identificazione delle vittime richiede tempo.
«Più dei numeri – dice Hamad del team di Nove Caring Humans Kabul – ci impressionano i volti e le parole di chi resta lì ad aspettare. Un uomo racconta di aver portato suo figlio in quel centro per la riabilitazione appena un mese fa. Un altro dice che suo fratello era ricoverato lì e, con sollievo, ripete: “Grazie a Dio, è vivo”. Un’altra persona, visibilmente sotto shock, urla dicendo di non aver trovato il nome dello zio in nessuno degli elenchi e teme che possa essere tra i morti, in una lista non ancora resa pubblica». Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha definito l’accaduto un «crimine contro l’umanità», per la presenza di pazienti civili nella struttura; Kabul ritiene che il Pakistan violi la propria sovranità e integrità territoriale al fine di imporre la propria egemonia.
Dopo una tregua temporanea in occasione della festa di Eid al-Fitr, il 20 marzo, che ha segnato la chiusura del Ramadan, il conflitto ha ripreso con scambi di fuoco sul confine tra forze afghane e pakistane, con un’escalation di intensità che ha raggiunto il suo apice tra il 28 e il 29 marzo. Si caratterizza per essere un conflitto ad andamento ciclico, con interruzioni che si alternano a improvvise riaccensioni della violenza. Il complesso quadro di relazioni bilaterali tra Pakistan e Afghanistan si è deteriorato nel tempo, fino a dare origine a vere e proprie crisi. Nel 2025, il numero degli attacchi è aumentato del 34% rispetto all’anno precedente, e quello delle vittime (4.000) del 21%.
A ottobre 2025, Qatar e Turchia avevano tentato una mediazione tra i contendenti arrivando a un cessate il fuoco, che però è durato poco. A febbraio di quest’anno il Pakistan ha lanciato ufficialmente l’operazione Ghazab Lil Haq (ira per la giustizia), colpendo alcuni depositi di munizioni nei pressi di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, e una serie di postazioni talebane in prossimità del confine tra i due Paesi. Gli afghani hanno risposto con incursioni contro strutture militari pakistane.
Islamabad accusa l’Afghanistan di offrire rifugio sul proprio territorio a gruppi terroristici come il Ttp (Movimento dei talebani del Pakistan, alleati con i talebani afghani), l’Isis-K e organizzazioni risalenti ai separatisti balochi, come il Balochistan Liberation Army (supportato dai tempi della guerra del 2001 dall’Inter-Services Intelligence – Isi –, il potente servizio di intelligence nel Pakistan), autori di violenti attacchi in Pakistan. C’è, poi, la disputa sul confine, una linea di demarcazione nota come Linea Durand, lunga circa 2.600 chilometri, che Kabul non ha mai riconosciuto ufficialmente perché la considera un’imposizione coloniale, in quanto tracciata nel 1893 dall’emiro afghano Abdur Rahman Khan e dal segretario degli Affari Esteri del Raj britannico Henry Mortimer Durand. Essa, inoltre, divide territori storicamente abitati da comunità pashtun (il gruppo etnico dominante e più numeroso dell’Afghanistan), alimentando la questione identitaria.
Il Pakistan ha una capacità bellica superiore dell’Afghanistan, potendo disporre, non solo di armamenti nucleari, ma anche di 600mila effettivi delle Forze armate, migliaia di mezzi corazzati e centinaia di velivoli da combattimento. Kabul non possiede né un’aviazione militare operativa, né significative forze corazzate, ma è ben rodato sulle insurrezioni diffuse.
© 2026 Romina Gobbo
pubblicato sul Giornale di Brescia – Commenti e Opinioni – martedì 7 aprile 2026 – pag. 7


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